Perché i trattati di pace oggi rischiano di essere scritti solo dal più forte
di Diego Motta
L'interlocutorio esito del vertice al Cremlino tra i rappresentanti di Trump e Putin e l'incontro saltato oggi tra Zelensky e Witkoff rimettono al centro un tema a lungo dibattuto: a chi tocca immaginare i piani per la tregua e la ricostruzione? Il diritto internazionale e le istituzioni contano ancora qualcosa? Ecco cosa ci hanno risposto gli esperti

Incontri interlocutori, come quelli di ieri tra i rappresentanti di Donald Trump e Vladimir Putin. Incontri che saltano, come quello che era previsto per oggi a Bruxelles, tra Volodymyr Zelensky e lo stesso immobiliarista trumpiano, Steve Witkoff. I negoziati per la tregua oggi sono più complessi che mai. Ma a chi tocca davvero scrivere i trattati di pace? È possibile chiudere una guerra se chi si è combattuto fino al giorno prima non partecipa neppure alle trattative? Nell’anno della grande delegittimazione internazionale, con la legge del più forte a determinare chi vince e chi perde, anche i sospirati accordi per la tregua e il cessate il fuoco seguono vie tortuose e non convenzionali. Lo abbiamo visto con la faticosa, ancorché provvisoria, proclamazione dello stop ai bombardamenti di Israele su Gaza: lungi dall’essere una pace, ha per lo meno permesso di aprire una nuova fase. Lo vediamo adesso con l’Ucraina: da giorni si discute di una bozza di 29, poi 24, infine 19 punti sottoposti a vari attori, senza che per ora si sia riuscito a venire a capo di alcunché, neppure allo stop delle ostilità. Nel silenzio e nell’impotenza delle Nazioni Unite, a muoversi finora è stata l’America di Donald Trump, che ha saputo fare leva soprattutto sul suo ruolo di superpotenza e sugli interessi economici in gioco negli scenari di conflitto. Ma tutto questo rappresenta una garanzia o no?
«La storia ci insegna che se il criterio di legittimazione è diventato l’uso della forza, e a tale criterio si deve l’inizio di una guerra, è lo stesso criterio a determinare successivamente anche la pace» risponde Edoardo Greppi, professore emerito di Diritto internazionale all’Università di Torino. È vero, da sempre i vincitori dettano le condizioni ai vinti e disegnano l’ordine successivo al caos bellico: dal Congresso di Vienna alla Seconda guerra mondiale, è successo così. «È una dinamica chiara. La novità in questa fase è semmai rappresentata dal fatto che intorno alla Casa Bianca si è creata una sinergia dei forti – argomenta Pasquale De Sena, ordinario di Diritto internazionale all’Università di Palermo -. Basta vedere la risoluzione 2803 approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su Gaza, in cui il consenso degli Stati arabi alla posizione statunitense è stato necessario ed è stato raggiunto grazie un blando riferimento al principio di autodeterminazione del popolo palestinese».
Da una parte ci sono i temi e le questioni-chiave, dai confini territoriali (che invasioni ed annessioni riscrivono) alle alleanze internazionali (si pensi al dibattito sul futuro di Kiev, tra Nato, Ue e neutralità). Dall’altro c’è la lezione della storia, che si può ripetere anche nell’elaborazione di piani negoziali per fermare le armi. «Se pensiamo alla Conferenza di San Francisco del 1945, quando si scrisse la Carta delle Nazioni Unite, vediamo che la diversità rispetto a oggi era rappresentata essenzialmente dal metodo multilaterale con cui le istituzioni nascenti decidevano di muoversi. Includendo e non escludendo. Ragionando sulla base di trattati costruiti per fasi: negoziato, ricerca di un’intesa, firma finale» spiega Greppi. Trent’anni fa la firma degli accordi di Dayton, che mise allo stesso tavolo, seduti uno a fianco all’altro, il serbo bosniaco Slobodan Milosevic, il presidente della Bosnia-Erzegovina, Alija Izetbegovic e il presidente croato Franjo Tudman, con Bill Clinton, fu il segnale che l’Occidente si era mosso, giudicando inaccettabile quel che stava accadendo nella ex Jugoslavia. «Allora fu più facile – osserva De Sena – perché nei Balcani si stava destrutturando uno Stato, mentre oggi è più difficile, perché si tenta di costruirne un altro, come si vorrebbe fare in Palestina».
Con conflitti nati fuori dalla cornice giuridica, tra pogrom non dichiarati, guerre di occupazione e operazioni militari speciali, diventa difficile immaginare percorsi di risoluzione delle controversie che seguano codici e diplomazia. «L’Occidente era il garante del multilateralismo – esemplifica ancora Greppi -. Una volta distrutto l’Occidente, è finito il multilateralismo e le regole non interessano più a nessuno». Secondo Chiara Ragni, ordinario di Diritto internazionale all’Università degli Studi di Milano, «in un accordo tra Stati, la potenza politica superiore determina l’intesa. Vale per i conflitti combattuti, così come per i trattati commerciali. Quanto alla scrittura dei trattati, un prossimo eventuale accordo non dovrà a mio parere contenere disposizioni contrarie al diritto internazionale: se ad esempio si dovesse legittimare l’invasione della Russia, ci sarebbe insieme un grosso problema geopolitico e un pesante precedente giuridico».
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