Per l'addio a Khamenei in Iran sfila la nuova prima linea del regime: ecco i nuovi leader

Oltre al presidente Pezeshkian, al capo del Parlamento Ghalibaf e al ministro degli Esteri Araghchi, al lamento funebre per l'addio della Guida suprema ucciso il primo giorno di guerra, si è visto anche a sorpresa Ahmad Vahidi, potente capo delle Guardie Rivoluzionarie. Alle esequie sono attese 15-20 milioni di persone. Lunedì il feretro per le vie della capitale
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July 3, 2026
Per l'addio a Khamenei in Iran sfila la nuova prima linea del regime: ecco i nuovi leader
Ahmad Vahidi, il nuovo capo delle Guardie rivoluzionarie, al centro durante il lamento funebre per l'addio alla Guida suprema Ali Khameni / Afp
Avvolto nel tricolore della Repubblica Islamica dell’Iran, il feretro di Ali Khamenei, la Guida suprema uccisa da un raid americano il 28 febbraio, il primo giorno della guerra di Washington contro Teheran, giace su un palco sopraelevato della Grande Moschea della capitale sullo sfondo di tulipani rossi e farfalle bianche sospese nell’aria. Lo identifica un turbante nero, indossato dagli ayatollah a rivendicare la discendenza dal profeta Maometto, che spicca tra il verde, il bianco e il rosso di altre quattro bare: quelle dei familiari morti nello stesso attacco. Figlia, nuora e genero. La più piccola appartiene a Zahra Mohammadi Golpayegani, la nipotina di 14 mesi. Sono passati 126 giorni dalla pioggia di missili che ha messo fine ai 37 anni di teocrazia sciita di Khamenei. I suoi funerali cominciano oggi, nel giorno in cui ricorre anche il 250esimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.
Alle sei del mattino (ora locale), le porte della Grande Moschea verranno aperte agli iraniani in arrivo da ogni angolo del Paese per l’ultimo saluto. Sono attesi tra 15 e 20 milioni di persone. Lunedì, il feretro sfilerà per le vie di Teheran. Per l’occasione, così ha fatto sapere l’aviazione, lo spazio aereo sulla capitale verrà «completamente chiuso». Disposto anche lo stop a tutte le attività, pubbliche e privati, e al traffico verso il centro pattugliato da poliziotti e agenti delle milizie volontarie Basij in camicia nera. Nella piazza antistante alla moschea, i vigili del fuoco hanno installato oltre seimila irrigatori aerei per rinfrescare la folla attesa sotto il sole cocente. Gli alberghi offrono sconti del 50 per cento ai pellegrini in arrivo nella capitale, mentre scuole e palazzetti dello sport si organizzano per ospitare chi non trova posto in altre strutture. L’ultimo funerale di Stato di questa portata risale a quello del fondatore della Repubblica islamica, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, nel 1989. Allora, lo ricordiamo, la salma dell’ayatollah fu rimossa in elicottero dopo che i fedeli, in preda all'agitazione, ne avevano strappato i sudari.
Il feretro di Khamenei verrà poi portato in processione da Teheran a Qom, città santa sciita, e, da qui, in Iraq, a Najaf e Karbala. Il rito funebre si concluderà giovedì 9 luglio con la sepoltura presso il santuario dell’Imam Reza a Mashhad, la città dell’Iran nord-orientale dove nacque 87 anni fa.
Khamenei non era soltanto il capo dello Stato iraniano o il leader di un movimento rivoluzionario ma anche il rappresentante del dodicesimo Imam dello sciismo. La sua morte, avvenuta nell’ambito di un attacco nemico, è celebrata secondo la tradizione più profonda dello sciismo ovvero quella che richiama al martirio. I fedeli, così raccontano le immagini già arrivate da Teheran, si prostrano in lacrime verso la bara battendosi il petto o la schiena in segno di dolore. Al lamento funebre si sono già uniti alcuni rappresentanti delle istituzioni come il presidente Massoud Pezeshkian, l’influente Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo della squadra negoziale iraniana, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Non è passato inosservato l’omaggio di Ahmad Vahidi, capo delle Guardie Rivoluzionarie, braccio ideologico delle forze armate, che ha fatto la sua prima apparizione pubblica dall’inizio della guerra contro gli Usa. Non si sa ancora, invece, alle esequie parteciperà il figlio e successore di Khamenei, Mojtaba, che non si è mai mostrato in pubblico da quando è diventato Guida Suprema perché, probabilmente, ferito nello stesso raid che ha ucciso il padre.
Alla cerimonia sono attesi oltre 100 delegati stranieri tra cui l’ex presidente russo Dmitri Medvedev e il primo ministro pakistano Shebaz Sharif. La Cina sarà rappresentata da un alto rappresentante del Parlamento, He Wei. Il ministero degli Esteri ha segnalato la presenza di una delegazioni da Afghanistan e Namibia. Sarebbero già arrivati anche i familiari del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah e del comandante Imad Mughniyeh, stretti alleati libanesi dell’Iran uccisi in precedenti attacchi israeliani.
I negoziati tra Usa e Iran avviati con la “pace provvisoria” sancita dal Memorandum del 17 giugno sarebbero stati sospesi proprio per dare agli iraniani la possibilità di piangere e seppellire il proprio leader. L’urgenza del lutto pare abbia messo da parte, per il momento, anche il ricordo della violenza (e dei morti) con cui il regime ha represso le proteste dell’inizio dell’anno. Una nota diffusa dai Pasdaran, i “guardiani” armati dello Stretto di Hormuz (oltre che della Rivoluzione) che la Casa Bianca vuole avere come interlocutori diretti, chiarisce che la mobilitazione per il defunto Khamenei «non è un semplice addio» ma «il rinnovamento dell’impegno verso gli ideali della Rivoluzione Islamica e la continuazione del cammino della Guida Suprema, il cui martirio, insieme a quello di altri comandanti militari iraniani, rafforzerà la determinazione nazionale».
La frammentazione delle linee di comando e le diverse strategie dopo il cessate il fuoco
Le esequie dell'ayatollah Ali Khamenei chiudono definitivamente l'era di colui che ha detenuto le sorti dell'Iran per 37 anni sui 47 anni di vita della Repubblica islamica. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato sui canali social che «l'ascesa rossa» dell'ex Guida suprema «non è la fine del cammino, ma l’inizio di una nuova stagione di solidarietà e resistenza». Le parole di Pezeshkian intendono senz'altro trasformare il lutto in un catalizzatore di rabbia per compattare gli iraniani, invitati a partecipare in massa all'ultimo saluto. Il presidente iraniano è però il primo a non credere fino in fondo a questa coesione. È stato proprio lui a dire, in merito alla ricomparsa di Khamenei al termine della “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, che «se gli fosse successo qualcosa avremmo cominciato a litigare tra di noi e non ci sarebbe stato bisogno di un intervento di Israele».
L'attuale limbo di “né guerra né pace”, unito alla prolungata assenza di Mojtaba Khamenei – dalla sua elezione non è stato diffuso alcun video o immagine – ha spianato la strada a una frammentazione delle linee di condotta all'interno della leadership iraniana. La stessa nuova Guida suprema ha così dichiarato in un messaggio letto dalla tivù di Stato che in origine aveva «una posizione diversa» riguardo il recente Memorandum tra Iran e Usa, ma che, in virtù dell’impegno di Pezeshkian e avendone quest'ultimo assunto la responsabilità, ha autorizzato questa iniziativa.
Mentre alcuni analisti descrivono un Iran al bivio, ipotizzando che le esequie di Khamenei possano innescare nuove divergenze interne, altri evidenziano come le attuali differenti condotte non rappresentino ancora una frattura insanabile. In qualità di presidente del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Pezeshkian adotta una posizione di apertura ai colloqui con gli Stati Uniti, intesi come strumento necessario per tutelare gli interessi nazionali e alleviare la pressione economica sul Paese. Il presidente ha più volte ribadito che l'Iran è pronto a dialogare, ma solo a condizione che i negoziati siano «giusti ed equi», condotti in un ambiente «privo di minacce e pressioni irragionevoli» e nel pieno rispetto dei diritti legali e della dignità del popolo iraniano. «Se la parte americana rispetterà l'accordo, noi adempiremo ai nostri impegni», ha poi detto in merito al recente Memorandum d'intesa firmato con l'amministrazione Trump. Pur appartenendo al medesimo blocco pragmatico favorevole ai negoziati, il presidente del Parlamento nonché capo dei negoziatori iraniani Mohammad Bagher Ghalibaf si distingue per un approccio più radicale e improntato alla retorica della vittoria militare. A differenza della flessibilità pragmatica di Pezeshkian, Ghalibaf ha annunciato che Teheran non avanzerà ai successivi stadi negoziali o verso un accordo finale finché gli Stati Uniti non avranno pienamente attuato i punti cardine del Memorandum, tra cui la fine permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano.
Accanto a lui, il negoziatore e ministro degli Esteri Abbas Araghchi, lavora in totale sinergia tanto da essere stati entrambi inseriti – poi rimossi su pressione Usa – nella lista dei bersagli militari di Israele per il loro ruolo chiave nel trovare un accordo. Sull'altro versante dello scacchiere politico si trovano gli ultraconservatori. Tra questi figura Esmail Qaani, il comandante della Divisione Qods dei pasdaran e uno dei pochi dirigenti della vecchia guardia sopravvissuti alla decapitazione lanciata da Israele. Qaani è riapparso pochi giorni fa per esaltare “l’Asse della resistenza”, ma molti analisti pensano che la sua retorica aggressiva serva unicamente da bilanciamento interno. In altre parole, essa permette a Teheran di portare avanti i negoziati con gli Usa senza dare l'impressione, agli occhi della base più radicale, di cedere. Ma c'è anche chi è contro i colloqui tout court, come Mahmoud Nabavian, membro della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale. Durante un'intervista televisiva, Nabavian ha duramente criticato i negoziati con gli Usa affermato che la firma del Memorandum d'intesa rischierebbe di trasformare «l'Iran in una colonia americana».

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