martedì 5 dicembre 2017
Dopo il toccante incontro tra i profughi e papa Francesco, il Myanmar annuncia all'Onu un piano per rimpatri «volontari, sicuri e dignitosi»
Il dramma dei profughi di etnia Rohingya, minoranza musulmana in Myanmar

Il dramma dei profughi di etnia Rohingya, minoranza musulmana in Myanmar

Dopo il toccante incontro con papa Francesco in Bangladesh, si apre uno spiraglio per la sorte dei profughi Rohingya cacciati dal Myanmar. Mentre il Consiglio Onu per i diritti umani (Unhrc) chiede l'avvio di un'inchiesta internazionale sugli abusi e i crimini contro i Rohingya che potrebbero prefigurare un genocidio, il governo birmano promette un piano di rimpatri protetti in accordo con le autorità del Bangladesh e da varare entro due mesi.

Negli ultimi mesi ben 620mila musulmani Rohingya sono fuggiti dalla repressione messa in atto dall'esercito birmano, dopo che ad agosto alcuni militanti di quest'etnia minoritaria avevano attaccato postazioni delle forze di Myanmar.

IL GESTO Papa Francesco: «Chiedo perdono ai Rohingya, oggi Dio si chiama anche così» di Mimmo Muolo, inviato a Dacca (1/12)

L'incontro tra papa Francesco e un gruppo di profughi Rohingya venerdì scorso a Dacca (LaPresse)

L'incontro tra papa Francesco e un gruppo di profughi Rohingya venerdì scorso a Dacca (LaPresse)

L'Onu: «Possibili elementi di genocidio»

Ci sono possibili «elementi di genocidio» nei confronti dei Rohingya, la minoranza musulmana in Myanmar. Lo ha denunciato oggi il numero uno del Consiglio per i diritti umani dell'Onu Zeid Ràad al Hussein, parlando a Ginevra a un forum convocato d'urgenza con i 47 Stati membri. Hussein ha enunciato una lista di abusi subiti dai Rohingya, comprese le accuse di «uccisioni a caso con raffiche di fucile, granate, spari a breve distanza, accoltellamenti, pestaggi a morte e l'incendio di case con le famiglie all'interno». E ha chiesto al Consiglio: «Dato tutto questo, può qualcuno escludere che elementi di genocidio possano essere presenti?».

Zeid ha denunciato che i Rohingya continuano a fuggire dallo stato birmano del Rakhine a causa delle «attacchi brutali, diffusi, sistematici e scioccanti» da parte delle forze dell'ordine birmane. Le incriminazioni per le violenze e gli stupri a danno dei Rohingya commessi dalle forze di sicurezza o dai civili «appaiono estremamente rare». Ha inoltre deplorato che l'accesso allo stato di Rakhine non sia stato concesso agli ispettori dell'Onu.

Il responsabile dell'agenzia Onu ha infine messo in guardia dai rischi di un rimpatrio forzato: nessun Rohingya, afferma, andrebbe rimpatriato dal Bangladesh al Myanmar in mancanza di un attento «monitoraggio sul terreno del rispetto dei diritti umani».

Non è la prima volta che l'Onu denuncia una «pulizia etnica» a danno dei Rohingya per mano delle autorità birmane, in maggioranza buddiste.

Una donna di etnia Rohingya con una neonata nel campo profughi di Balukhali vicino a Cox's Bazar in Bangladesh (LaPresse)

Una donna di etnia Rohingya con una neonata nel campo profughi di Balukhali vicino a Cox's Bazar in Bangladesh (LaPresse)

Il Myanmar: «Pronti a collaborare per un rientro sicuro»

L'ambasciatore birmano, al forum di Ginevra, ha annunciato che sta per essere varato un gruppo di lavoro congiunto con il Bangladesh per avviare nei prossimi due mesi il processo di rimpatrio dei Rohingya. Il Myanmar, ha aggiunto, è pronto a lavorare con tutti gli interlocutori al fine di assicurare «un rimpatrio volontario, sicuro, dignitoso e sostenibile» e una ricollocazione degli sfollati. «Non ci saranno campi profughi» ha chiarito.

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