giovedì 10 gennaio 2019
Solo a novembre sono state fermate 25mila famiglie alla frontiera sud degli States. Ma i centri di detenzione restano non attrezzati per i nuclei con minori
Record di mamme e bimbi «prigionieri», tensione al confine

Lo aveva promesso in campagna elettorale. Insieme alla costruzione del muro per fermare i “bad hombres”, Donald Trump aveva garantito lo stop alla pratica migratoria del “catch and release”, cioè cattura e rilascia. La prassi delle autorità di lasciare in libertà le famiglie di richiedenti asilo con bambini in attesa dell’esito della domanda era, secondo l’allora candidato, un incentivo all'immigrazione illegale. Da qui il giro di vite – con l’arresto di massa dei nuovi arrivati – lanciato dalla Casa Bianca da aprile. Dopo l’infelice capitolo della separazione dei baby-immigrati dal resto dei familiari, l’Amministrazione non ha rinunciato alla «tolleranza zero». Semplicemente le famiglie sono state incarcerate insieme.

Nove mesi e infinite polemiche dopo, il risultato è l’incremento esponenziale di genitori e bimbi nei centri di detenzione statunitensi. Se, nel novembre 2017, le famiglie fermate erano state poco più di 7mila, un anno dopo – in base ai dati ufficiali della polizia di frontiera – sono diventate 25mila, il record assoluto. Ormai – come sottolinea il Pew Research Center –, almeno un terzo degli aspiranti rifugiati in custodia appartengono a nuclei familiari. Un problema di gestione non da poco. Le strutture sono organizzate per accogliere maschi giovani, non donne con figli. Mancano attrezzature e spazi adatti. È questa – sottolineano molti attivisti – la radice della crisi, più che l’aumento del flusso in termini assoluti, che pure c’è stato. La questione è apparsa in tutta la sua drammaticità il mese scorso, con la morte, nel giro di due settimane, dei piccoli Jakelin Caal e Felipe Alonso-Gómez, di 7 e 8 anni, entrambi guatemaltechi, reclusi a Lorsdburg e Almogordo, nel New Mexico. Di fronte alle polemiche, Washington ha ordinato controlli medici a tappeto per tutti i minori “prigionieri”. Al contempo, l’Inmigration and custom enforcement (Ice) ha cominciato, nei centri lungo il confine, una serie di rilasci, in modo da “alleggerire” la pressione. Questa nuova versione della “catch and release” ha aggiunto ulteriore caos.

L’Annunciation House – organizzazione cattolica che gestisce la principale rete di rifugi di El Paso, in Texas – riceve, dall’inizio del 2019, in media, duecento nuovi ospiti al giorno: la stessa quantità a cui prima arrivava in una settimana. «Gli immigrati sono stati liberati senza nemmeno avvertire le organizzazioni che li aiutano», ha denunciato Rubén García, direttore dell’Annunciation House. Lo stesso è accaduto in Arizona e California. Nel frattempo, gli arresti dei nuclei familiari sono proseguiti. La stretta – lungi dallo scoraggiare i profughi della violenza centroamericana – ha prodotto “danni collaterali” anche sulla sponda messicana del Rio Bravo. Le autorità statunitensi ricevono le domande d’asilo con il contagocce. Al ritmo di una decina al giorno, l’attesa può durare mesi. L’esasperazione degli immigrati cresce. E con essa il numero di quanti optano per un “viaggio alternativo”, ovvero illegale e ad alto rischio. Della situazione approfittano i “coyotes”, trafficanti di esseri umani. I prezzi, secondo quanto ha potuto verificare Avvenire con fonti locali, sono aumentati di 2.500 dollari in due settimane. «Prima mi avevano chiesto 4.500 dollari – afferma María, il nome è di fantasia per ragioni di sicurezza –. Ho avuto, però, paura. Ora, però, non ce la faccio più. Solo che la tariffa è salita a 7mila dollari. Non li troverò mai. E resterò per sempre intrappolata qui».

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