Il caso. L'India nega il visto a suor Bertilla


Stefano Vecchia sabato 2 gennaio 2016
​​Suor Bertilla rischia l'espulsione dopo 45 anni. Nel suo centro medico sono stati curati 17mila pazienti. Il governo adduce motivi burocratici.
È precaria la sorte di suor Bertilla Capra, missionaria dell’Immacolata che rischia, dopo 45 anni di impegno, di essere costretta a lasciare l’India. Alla 77enne religiosa originaria di Bagnatica (Bergamo), che nel quartiere di Versova a Mumbai dirige dal 1976 un centro per la cura e riabilitazione dei lebbrosi, il Vimala Dermatological Centre, è stato rifiutato l’abituale rinnovo quinquennale dei documenti necessari a risiedere nel Paese. Per le autorità dello Stato del Maharashtra, di cui Mumbai è capitale, si tratterebbe di una conseguenza delle «nuove regole». Comunque sia, le alternative a una partenza sono assai scarse per l’anziana suora bergamasca. New Delhi nega – anche se qualcuno lo ha pensato –, ogni intento persecutorio o qualunque collegamento con la vicenda dei due fucilieri di Marina italiani, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. L’India intende processarli per l’omicidio di due pescatori indiani in acque internazionali nel febbraio 2012, mentre l’Italia vorrebbe riportarli a casa dopo un braccio di ferro che dura ormai da tre anni. Come segnalato all’agenzia AsiaNews, da suor Tessie, che a Versova affianca suor Bertilla, «fino al 2010 il suo visto veniva rinnovato ogni 5 anni, poi ogni anno. Questa volta, lo scorso novembre, la sua richiesta di rinnovo è stata rifiutata. Lei ha chiesto che le dessero almeno un visto temporaneo di tre mesi per trovare una soluzione, ma le hanno negato anche questo». Per cercare una soluzione, la religiosa si è recata più volte da settembre e ancora ieri nella capitale New Delhi. Sua intenzione è cercare un incontro risolutore con Rajnath Singh, ministro dell’Interno federale, forte del sostegno di molti e del valore del suo impegno missionario verso i lebbrosi ai quali non solo ha fornito indispensabili cure mediche, ma anche sostegno spirituale. Educando anche le famiglie dei malati e la popolazione a superare la tradizionale emarginazione nei confronti delle persone colpite dalla lebbra. Nel suo centro, suor Bertilla ospita un’ottantina di adulti e 75 ragazze che studiano in un collegio annesso alla clinica, in maggioranza figlie di malati del morbo di Hansen, e per la sua attività missionaria le è stata riconosciuta l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia. Molte le attestazioni di stima e ora di solidarietà per la religiosa, in India dal 1970 che, designata a dirigere l’iniziativa delle missionarie per i lebbrosi in una delle aree allora più degradate della metropoli che è anche oggi maggior centro commerciale e finanziario dell’India, ha finora curato circa 17mila pazienti, con capacità organizzativa e dedizione, coinvolgendo comunità locali e finanziatori stranieri, in particolare da Germania e Italia. «L’India – aveva detto suor Bertilla in un’intervista di qualche tempo fa e riportata dall’Eco di Bergamo– è un Paese che ti entra dentro e che ti dà il desiderio di tornare. Ormai non posso più fare a meno della popolazione indiana».
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