venerdì 4 novembre 2016
Dopo un anno di silenzio il Califfo torna a farsi sentire. Ma per i servizi segreti britannici sarebbe già fuggito
Piccola sfollata con la bandiera bianca alle porte di Mosul (Lapresse)

Piccola sfollata con la bandiera bianca alle porte di Mosul (Lapresse) - LaPresse

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«Non arrendetevi», dice il califfo ai suoi 5mila uomini barricati a Mosul ovest. Sembra proprio la voce di Abu Bakr al-Baghdadi, anche se l’autenticità del messaggio audio pubblicato da al-Furqan Media, una agenzia del Daesh, deve ancora essere verificata.

«Tenere ferme le vostre posizioni con onore è mille volte più facile che ritirarsi con disonore», insiste al-Baghdadi nel messaggio che dura 31 minuti. La popolazione di Mosul deve sollevarsi per combattere «i nemici di Dio» e i kamikaze devono attaccare i «miscredenti ». Resistenza in città e attacchi in particolare contro la Turchia, «alleata degli atei» e contro l’Arabia Saudita perché «alleata con le nazioni infedeli nella loro guerra contro l’Islam».

Si tratta del primo messaggio del Califfo dal dicembre del 2015. Se autentico, l’appello rappresenterebbe una smentita dei “rumors” che davano per morto o gravemente ferito il leader del Daesh. Ma secondo l’intelligence britannica, ha dichiarato il ministro degli Esteri di Londra Boris Johnson, Abu Bakr al-Baghdadi «ha già abbandonato Mosul».

Il messaggio del califfo, dovunque si trovi, è un concentrato di propaganda jihadista: «Questa guerra è la vostra guerra », ha insistito al-Baghdadi, chiedendo di combattere i nemici per «trasformate il loro sangue in fiumi». Poi ha chiesto ai sunniti iracheni, «spettatori silenziosi nonostante i maltrattamenti e le umiliazioni sofferte dal governo sciita» di unirsi al Daesh. Si è rivolto pure ai musulmani in Asia, Medio Oriente e Africa, in particolare a quei Paesi dove c’è una presenza jihadista, assicurando che sono «la base dell’islam» ed esortandoli a sorprendere gli infedeli con il jihad. Non manca una minaccia all’Occidente, in particolare all’Europa, la «culla dei crociati », accusata di voler «invadere la terra dell’Islam e dei musulmani».

I proclami jihadisti non hanno fermato la battaglia a Mosul anche se le notizie si mischiano alla propaganda. Le forze irachene, ha affermato un comunicato della cellula di informazione sulla guerra, hanno eliminato «almeno 67» jihadisti in un raid aereo nell’hotel Ninive O- beroi nel nord della città, dove erano riuniti un gran numero di miliziani, molti dei quali stranieri. Intanto l’esercito iracheno ha preso il controllo dei quartieri Kukyeli e al-Qudis e sta avanzando nel quartiere di al-Karama dove si sono stati registrati sconti con il Daesh. Intanto, ha spiegato un portavoce delle forze antiterrorismo, si stanno bonificando il quartiere di Gogjali e quello di Kukyeli, dove sono stati disinnescati settanta ordigni. L’obiettivo è di prendere il controllo della parte est di Mosul «in pochi giorni», per poi pianificare un attacco ai quartieri centrali, ad ovest Tigri, ha dichiarato il generale Maan Zaed Ibrahim, comandante della Golden Division, unità d’élite delle forze armate. Prosegue pure l’opera di accerchiamento ad ovest di Mosul. Le milizie sciite Al-Hashed al-Shaabi (Unità di mobilitazione popolare), impegnate sul fronte occidentale, sono arrivate a 15 chilometri da Tal Afar e stanno combattendo per prendere il controllo della strada che collega Mosul a Raqqa. In questo modo sarebbero definitivamente interrotti i rifornimenti agli uomini del Califfato.

Ma Tal Afar, città a maggioranza turcomanna, potrebbe scatenare un pericolosissimo braccio di ferro con la Turchia. La scorsa settimana lo stesso presidente turco Erdogan aveva avvertito: il coinvolgimento delle milizie sciite di Hashed al-Shaabi a Tal Afar e Sinjar è una «questione molto sensibile». Un possibile nuovo fronte diplomatico, con Ankara pronta ad entrare in gioco direttamente. Una variabile difficilemente prevedibile, mentre Mosca non ha risparmiato una frecciata a Washington: a Mosul, accusa la Russia, gli Stati Uniti e la coalizione anti-Daesh stanno intervenendo con un «uso sproporzionato della forza».

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