giovedì 15 giugno 2017
Nel giugno del 2014, all’arrivo degli uomini dell’autoproclamato «Califfato», per 150mila cristiani iniziò un dramma atroce «Ma adesso è forte il desiderio di rinascita»
Il marchio «N» Poi tre anni in un limbo
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Ottocentodue giorni. Tanto è durata l’occupazione di Qaraqosh, il capoluogo della Piana di Ninive, dagli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi. La sorprendente espugnazione, nel giugno del 2014, di Mosul con la successiva cacciata dei fedeli cristiani (dopo aver marcato le loro abitazioni con l’iniziale “N” di Nasara) non era un buon segnale per gli oltre 150mila cristiani che popolavano la Piana situata a est della città. Tra gli abitanti della fertile zona stretta tra il Tigri e il Grande Zab circolavano poi storie sugli orrori subiti dai cristiani di Mosul, posti di fronte all’alternativa tra la conversione all’islam, il pagamento della jizya o la fuga. L’ultimatum lanciato dai jihadisti ai monaci del monastero di Mar Behnam di «andare via e di lasciare le chiavi» aveva accresciuto ulteriormente lo stato di allarme tra la popolazione di Qaraqosh. Un simile clima regnava nelle altre località del «homeland» cristiano diventato, suo malgrado, la nuova linea del fronte tra i peshmerga curdi e gli uomini dell’autoproclamato Califfato. Una piccola avanzata del Daesh verso est significava per i cristiani la fine della loro bimillenaria presenza in una lunga fascia che si estende da Qaraqosh (detta anche Baghdida) fino ad Alqosh, passando per Karamles, Bartella, Baashiqa, Bahzana, Telkaif ( Tel Kepe), Batnaya, Tellsqof e Sharfieh.


L’ESODO.
La fuga avviene la mattina del 7 agosto 2014, quando ormai era confermata l’avanzata inarrestabile dei jihadisti e l’abbandono inaspettato della Piana di Ninive da parte delle milizie curde che dovevano difenderla. L’esodo verso Erbil, Dohuk, Aqra, Alqosh e Kirkuk rappresenterà per molti di loro la prima tappa di un lungo viaggio che li porterà prima in Turchia, Libano o Giordania, poi in terre più remote: l’Australia, gli Stati Uniti, l’Europa. Gli altri sono perlopiù ospitati nel quartiere cristiano di Erbil, Ankawa, dove affluivano ogni settimana notizie su atti vandalici o profanazioni perpetrati dai terroristi nelle loro terre abbandonate. Ma la lunga sosta nei campi profughi non ha mai spento il desiderio di chi era stato privato di tutto, né rimuoveva il bisogno di ricominciare di nuovo. Durante l’esodo non è mancata la solidarietà degli altri cristiani. Tanti hanno ospitato per mesi famiglie intere oppure offerto un contributo economico per pagare l’affitto di una casa, mentre la Caritas irachena ha moltiplicato gli sforzi per assicurare non solo cibo, coperte e cure mediche, ma per promuovere anche la loro dignità.

IL RITORNO.
Il giorno tanto atteso arriva il 18 ottobre 2016. Un’immagine postata su Twitter mostra un miliziano sciita della Mobilitazione popolare che pulisce e ricolloca al suo posto una statua della Madonna. È il segno che Qaraqosh è stata liberata. Poche ore dopo, a Erbil, centinaia di cristiani si riversano nelle chiese cittadine, con candele in mano, per esprimere la loro gioia. Chi ha fatto ritorno a Qaraqosh ha trovato una città che ancora porta le cicatrici dei feroci combattimenti: chiese e case saccheggiate e devastate dalle fiamme. Lo spesso strato di fuliggine che copriva i muri della cattedrale siro-cattolica dell’Immacolata Concezione non bastava a nascondere la scritta «Stato islamico» dipinta a mano libera. Ma il desiderio di rinascere era più forte. Il 30 ottobre, nella città ancora brulicante di soldati ma svuotata dei suoi abitanti sono risuonati gli inni sacri in aramaico. Veniva infatti celebrata, dopo 115 domeniche, la prima Messa all’interno di Qaraqosh. Un gesto che intendeva segnare, secondo un sacerdote presente alla cerimonia, «un nuovo inizio e mostrare al mondo la resistenza dei cristiani, malgrado le ingiustizie subite».

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