Pakistan. Asia Bibi 2.000 giorni in cella, chiedendo verità


Barbara Sartori venerdì 12 dicembre 2014
​Intervista all'avvocato: «È provata, gli estremisti hanno condizionato l'operato dell'Alta Corte di Lahore». Ora si spera nella Corte Suprema. LA VICENDA
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Monotono, cadenzato, lento. Il tonfo dei passi sul pavimento si ripete, ostinato nella penombra della cella senza finestre. È l’estenuante colonna sonora degli ultimi 2.000 giorni di Asia Bibi. La donna cristiana, arrestata il 19 giugno 2009 per blasfemia e condannata a morte nel 2010, li ha contati tutti. Scandendo le ore. Nel carcere di Multan, dove è stata trasferita dal giugno 2013, Asia misura il tempo in passi. E aspetta.  Che la Corte Suprema, massima istanza giudiziaria pachistana, finalmente, riconosca la sua palese innocenza. O che le pressioni internazionali convincano il presidente a concederle la grazia. Il marito, Ashiq Masih, ha rivolto suppliche a Francia e Gran Bretagna. Ma è necessario agire in fretta. Perché il tempo immobile del carcere sta erodendo le resistenze della mamma cattolica. I disturbi fisici sono sempre più frequenti. L’unica consolazione resta la preghiera e la Bibbia: in prigione, la contadina del Punjab ha imparato a leggere proprio per poter accedere alla Scrittura. Sulla pelle di questa donna estenuata e minuta gli estremisti islamici combattono la battaglia in difesa della “legge nera”, la normativa anti-blasfemia. Non importa che Asia non abbia insultato Maometto. E che l’accusa, poi ritrattata da vari testimoni, sia venuta fuori durante una lite fra vicine e montata ad hoc dai gruppi fondamentalisti. Lo stesso governatore del Punjab, l’islamico Salman Taseer, lo aveva riconosciuto e per questo è stato assassinato, il 4 gennaio 2011. Per le fazioni musulmane estremiste, la cattolica Asia va punita per la sua determinazione a difendere il diritto alla libertà di fede. Una prerogativa a cui neppure ora, dopo 2mila giorni di agonia, la contadina del Punjab è disposta a rinunciare.  (Lu.C.)«Asia Bibi ha la febbre, emicranie ricorrenti. Ma ciò che ci preoccupa è che comincia a manifestare disturbi psichici a seguito dell’isolamento in cella, dell’oscurità in cui è costretta a vivere. È molto depressa, la conferma della condanna a morte da parte dell’Alta Corte di Lahore è stata un duro colpo». Oggi scattano i duemila giorni di prigionia per la donna pachistana, madre di cinque figli, accusata di blasfemia. L’avvocato Sardar Musthaq Gill la incontrerà nei prossimi giorni, dopo la parentesi in Italia, a Piacenza, da dove ha rilanciato l’sos all’Occidente affinché non si dimentichi di Asia Bibi e della minoranza cristiana in Pakistan. «Spera che il presidente Hussain le conceda la grazia, come richiesto dal marito con una lettera aperta, ma non credo sia una strada percorribile», commenta il legale dell’associazione Lead (Legal Evangelical Association Developement). Perché ne è così certo? Gli estremisti hanno condizionato l’operato dell’Alta Corte di Lahore, figuriamoci quali pressioni può subire il Presidente... Sono più propenso a sperare nel buon esito del ricorso alla Corte Suprema.   Se ci sono stati condizionamenti sui giudici di Lahore, perché dovrebbe andare diversamente ad Islamabad? La Corte Suprema è un organismo superiore, dà garanzie di maggior equità. Inoltre abbiamo esperienza di casi in cui l’appello è stato accolto favorevolmente. Il problema quanto mai sarà il “dopo”: se la Corte Suprema accetta il ricorso, Asia Bibi sarà subito rilasciata. Ma si aprirà la questione della sua incolumità. Asia Bibi rischia perché è l’emblema delle minoranze? Il problema sicurezza c’è per tutti i cristiani accusati. Devono nascondersi, non possono tornare alle loro case. È importante che l’Occidente mantenga alta l’attenzione su Asia Bibi. È grazie alle pressioni internazionali che la sua sicurezza si rafforza. C’è il timore continuo che qualcuno possa ucciderla, anche in prigione. Cosa è andato storto nel processo alla Corte Suprema di Lahore? Ogni volta che si apre un processo per blasfemia c’è grande pressione da parte della comunità musulmana. In questo caso particolare, il giudice ha imposto restrizioni nella procedura, ha evitato che potessimo controinterrogare i testimoni dell’accusa. Ma, sul piano legale, significa ammettere la colpevolezza del proprio assistito. Quando parla di «pressioni» cosa intende? C’è un gruppo di avvocati che è convocato solo in questi ricorsi e che ha legami con gli estremisti. Lo schema, se l’accusato è un cristiano, si ripete: basta un testimone che affermi che ha offeso Maometto o il Corano, scatta la violenza della folla – pensiamo alla coppia bruciata viva il 4 novembre – il reato viene registrato e l’accusato finisce in carcere. Ma la legge sulla blasfemia colpisce anche i musulmani. Ho qui un giudizio in cui la Corte precisa che nessun musulmano può essere condannato a morte in base alla sezione 295-c del codice penale (quella relativa al reato di blasfemia, ndr) se chiaramente nega l’accusa e giura di essere un buon musulmano. È chiaro che questa possibilità non vale per i cristiani. Anzi, siccome non credono in Maometto e nel Corano, si dà per scontato che possono offenderli… Com’è possibile un’interpretazione così diversa? Il codice non fornisce una definizione di “blasfemia”. Qualsiasi parola dunque può essere ritenuta blasfema. Se dici di non credere in Maometto – e per i cristiani è oggettivamente così – è blasfemia. Dietro c’è una strategia precisa: fermare la predicazione cristiana. La Costituzione garantisce libertà di parola e di culto, ma di fatto i nostri diritti sono annullati. Per questo ripetiamo che, finché rimarrà questa legge, i cristiani in Pakistan sono a rischio.
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