giovedì 30 novembre 2017
Si è chiuso un processo "storico". Gli imputati erano accusati aver partecipato alle torture, uccisioni e sparizioni, nella famigerata Esma durante gli anni della dittatura tra il 1976 e il 1983
L'ex capitano di Marina, Alfredo Astiz (il secondo da sinistra), tra gli imputati (Ansa)

L'ex capitano di Marina, Alfredo Astiz (il secondo da sinistra), tra gli imputati (Ansa)

I fiori sono dappertutto. All’entrata, vicino ai cancelli su cui sono appese le foto degli scomparsi. Di fronte al pesante portone di ingresso dell’ex Escuela Mecánica de la Armada (Esma), carcere clandestino-simbolo dell’ultima dittatura militare (1976-1983), ora trasformato in Centro per la memoria. E, dentro, in quelle che un tempo sono state le “stanze del dolore”: la Capucha – la soffitta dove venivano ammassati i prigionieri tra una sessione di tortura e l’altra – e l’infermeria, dove i detenuti venivano drogati con il pentotal prima di essere fatti salire sugli aerei per il viaggio senza ritorno.

Li hanno sistemati le mani di quanti questa notte l’hanno trascorsa a vegliare: parenti dei desaparecidos, superstiti di quell’era cruenta, attivisti e giovani decisi a custodire la memoria perché l’incubo non si ripeta nunca más (mai più). Impossibile dormire al termine di una giornata storica per l’Argentina. Dopo decenni di oblio, cinque anni di processo, oltre ottocento testimonianze dei sopravvissuti, il Tribunale federale numero cinque di Buenos Aires ha condannato i responsabili dell’orrore della Esma. In particolare gli autori e complici dei “voli della morte”, il perverso sistema per cui i prigionieri venivano caricati su velivoli non registrati e gettati, ancora vivi seppur malridotti dopo innumerevoli sevizie, nel Rio de la Plata. Sul banco degli imputati, 54 tra ex militari e civili accusati di crimini orrendi contro 789 persone. In realtà sono oltre 4mila i desaparecidos i cui corpi riposano nel grande fiume. Per la maggior parte, però, le prove dell’orribile fine sono ostaggio del “patto di silenzio” osservato dai vertici militari al termine del regime. E mai scalfito, a parte l’eccezione di Adolfo Scilingo, il cui racconto è stato fondamentale per arrivare al verdetto.

I parenti con le foto dei desaparecido all'ìesterno dell'aula a Buenos Aires (Ansa)

I parenti con le foto dei desaparecido all'ìesterno dell'aula a Buenos Aires (Ansa)

La sentenza è stata implacabile: 29 ergastoli, 19 condanne a pene detentive e quattro assoluzioni. Tra quanti resteranno in carcere a vita c’è l’ex capitano Alfredo Astiz, l’angelo biondo della morte, e Jorge El Tigre Acosta, già condannati in altri processi per crimini contro l’umanità. Entrambi hanno ascoltato il verdetto con tono sprezzante. Astiz ha ribadito il suo vecchio “leit motiv”: “Non chiederò mai perdono per aver difeso la patria”. Dal 2003, con l’abrogazione delle leggi di amnistia e indulto decisa su spinta del presidente Néstor Kirchner, l’Argentina ha potuto fare i conti con il recente passato. Al momento, 449 ex aguzzini sono in carcere, altri 553 agli arresti domiciliari e ci sono ancora 420 processi aperti nei tribunali.

Il “processo Esma”, però, ha un forte valore simbolico, perché là sono stati reclusi, brutalizzati e assassinati alcuni tra gli oppositori più noti. Dallo scrittore Rodolfo Walsh alla fondatrice delle Madri di Plaza de Mayo, Azucena Villaflor. Il corpo di quest’ultima è riaffiorato dal Rio de la Plata e, dopo anni di sepoltura clandestina, è stato ritrovato, insieme a quello di suor Leonie Henriette Duquet – religiosa francese e attivista per i diritti umani desaparecida con la consorella Alicia Dumont proprio a causa di Astiz -, Maria Eugenia Ponce de Bianco, Angela Auad e Esther Ballestrino de Careaga.

Oggi, c’erano dei fiori freschi sulle loro tombe, nel giardino della chiesa di Santa Cruz, dove sono state sepolte nel 2005 grazie all’autorizzazione dell’allora arcivescovo Jorge Mario Bergoglio. Papa Francesco ha più volte ricordato l’amicizia con Esther Ballestrino, sua responsabile nel periodo di tirocinante al laboratorio di analisi. Fu proprio Bergoglio a nascondere, come racconta Nello Scavo in “Bergoglio e i libri di Esther” (Città Nuova), durante la dittatura i libri “sovversivi” della donna.

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