Noi, testimoni della distruzione dell'ultimo ponte sul fiume Litani

di Nello Scavo, inviato a Qasmye.(Libano)
Ciò che resta dell'unica via di fuga dal Libano; anche la missione Unifil rischia di restare isolata. E intanto i droni israeliani minacciano di dare il colpo di grazia all'infrastruttura
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April 10, 2026
In bilico sul Litani, il ponte di Qasmye sta in piedi a metà. Cemento e acciaio sfrangiati, sotto gli occhi dei malmessi carri armati libanesi, della postazione biancoazzurra di Unifil e di un drone israeliano tornato a osservare i danni. Se cede, il Libano meridionale resterà isolato. Senza fuga. Nemmeno per l’Onu. L’ultima cannonata è di qualche ora prima. Dopo avere interamente distrutto gli altri sei attraversamenti sul fiume che taglia in orizzontale il Libano del Sud, la carreggiata rimasta percorribile sulla strada che scorre parallela al mare è l’ultimo appiglio per fuggire, cercando riparo più a Nord, o per fare arrivare aiuti umanitari ai civili ed equipaggiamento al contingente della missione internazionale. Arrivarci è una scommessa che non andrebbe fatta. Prima di attraversarlo, sul ciglio tra i campi, un camioncino distrutto da un missile che lo ha inseguito mentre si dirigeva in direzione di Sidone. Appena dopo, uno scooter centrato dall’alto. Sull’asfalto la scia nera dell’esplosione. Le vittime sono state portate via in fretta. Perché sul ponte di Qasmye la velocità è tutto. Anche ieri un’ambulanza poco distante è stata presa in pieno, mentre su tutto il fronte meridionale il fuoco incrociato è diventato battaglia lungo le direttrici di città come Nabatyeh e Bin Jbeil. Non solo per strategia. Ma per rivalsa.
Nel 2000 Bint Jbeil fu il teatro del ritiro israeliano dal Libano meridionale dopo 22 anni di occupazione. Due giorni dopo, il 26 maggio 2000, l’allora leader di Hezbollah tenne un discorso incendiario nel quale definiva Israele «più fragile di una tela di ragno». Trasformando la città in un emblema della vittoria politica rivendicata dal “Partito di Dio”. Nel 2006 l’esercito israeliano tentò di prenderla di nuovo. Incontrò una strenua resistenza, subendo perdite rilevanti. Perciò Bint Jbeil è la collina dove Hezbollah ha fissato il mito militare. Ieri da non molta distanza si sentivano gli scambi ravvicinati, con raffiche di fucili automatici normalmente usati per il tiro ravvicinato. Fonti locali hanno confermato che «si è sparato a vista», segno che la fanteria di Tel Aviv e le prime linee di Hezbollah sono vicini al “punto zero”, quando la battaglia si fa guardandosi nel mirino e non più con gli obici che tirano da cinque chilometri.
Molti dei morti e feriti dell’8 aprile venivano da qui. Avevano attraversato il Litani per cercare riparo. Per la protezione civile libanese il bilancio dei morti è salito a 353, quello dei feriti a 1223. Nell’ospedale Hariri di Beirut i medici dicono di avere farmaci e bende a sufficienza per pochi giorni ancora. Ma c’è una richiesta a cui nessuno era pronto: l’esame del Dna per decine di corpi irriconoscibili. Soprattutto per resti umani impossibili da ricomporre.
A Sidone, esattamente a metà strada tra il Litani e Beirut, quando calpestiamo le macerie dalla grande moschea Al Zahra ci avvertono di fare attenzione. Un ragazzo ha appena estratto alcune dita di una mano di donna. Altri cercano quel che resta di una madre, di un figlio. Tra pagine del corano sbalzate dalla deflagrazione e tappeti per la preghiera che penzolano dal minareto rimasto in piedi con la sua sfera d’oro luccicante. Venivano qui gli sfollati, a fare una doccia, riempire taniche d’acqua potabile, a giocare con i bambini negli spazi esterni. «Ho sentito due esplosioni», racconta il guardiano di mezza età che raccoglie libri sacri e resti di vite perdute. Indica un palazzo sventrato a poca distanza. È una scuola pubblica. Era un tetto per la gente scappata dal sud. Non ha più finestre e odora di morte. Di feriti ce ne sono stati 72. Quelli estratti senza vita sulle prime ore sono 7, «ma non so quanti dei sopravvissuti sono stati salvati in ospedale», ci saluta il guardiano della mosche che non c’è più mentre piega in quattro il foglietto con i nomi di quelli che almeno lui è riuscito a identificare prima della sepoltura.
Pochi tornanti più a oriente c’è Nabatyeh. Si combatte anche lì. Gli obiettivi colpiti sono un messaggio per chi sa comprenderlo. Nel mirino c’è quella parte di politica libanese che secondo Israele non ha fatto abbastanza per tenere a bada Hezbollah. Come il presidente del Parlamento Nabih Berri. A Beirut i missili sono caduti anche intorno alla sua residenza e a suoi uffici. Così come in un piccolo villaggio a Sud di Sidone, dove l’esponente sciita leader del partito “Amal” possiede una villa. A Nabatyeh ieri sono stati uccisi in un solo colpo 13 agenti della sicurezza pubblica. Proprio la forza che secondo il governo dovrebbe avere il «monopolio delle armi in Libano», a discapito di Hezbollah. All’inizio qualcuno ha temuto che si potesse trattare di “fuoco amico”. L’avvio di un regolamento di conti interni. Poi i giornalisti sul posto hanno verificato che a uccidere i poliziotti era stata un altro missile israeliano.
L'esercito di Tel Aviv ieri ha fornito un bilancio che non manca di trionfalismo, affermando che in «un minuto» almeno «180 elementi di Hezbollah sono stati eliminati simultaneamente in tre aree». Anche se «il conteggio è ancora in corso». Una nota precisa che sono stati indirizzati attacchi «su larga scala contro i quartier generali e le infrastrutture militari di Hezbollah in tre aree simultanee: a Beirut, nella Bekaa e nel Libano meridionale», specificando che sono stati colpiti in parallelo circa 100 obiettivi.
Torniamo a Beirut, attraversando i quartieri che brulicano di famiglie in cerca di un posto dove dormire e del passaparola che indica dove raccogliere aiuti umanitari. Le rovine di due giorni prima vedono ruspe a smuovere tonnellate di calcinacci. E bambini che frugano tra le macerie. Stavolta è per gioco. Il missile israeliano ha sventrato un negozio di giocattoli e cartoleria. Uno indossa la maglia dell’Inter. Guadagna la cima, come avesse conquistato il Monte Libano. E sventola nastri colorati estratti in mezzo alla polvere. Anche lui viene dal Sud, e non sa ancora se un giorno potrà attraversare il ponte di Qasmye per tornare a casa.
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