Nel Mozambico ostaggio dell'estremismo i preti e gli imam fanno scuola d'incontro insieme

di Luca Foschi, Santa Croce (Mekuffi, Cabo Delgado)
Fondato dieci anni fa, il Ci-Paz riunisce le comunità in sessioni in cui si parla di tutto: dalla teologia alle nozioni di sanità e imprenditoria. «Il fanatismo si nutre di povertà e ignoranza»
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June 15, 2026
Un gruppo di sacerdoti e imam davanti al centro Ci-Paz, che va avanti da dieci anni
Padre Edoardo Rocas Oliver (il terzo da destra) con gli altri protagonisti del progetto Ci-Paz/ Foschi
«Gli Shabaab hanno ripreso a muoversi. Passano per queste strade, fermano gli automobilisti. A volte uccidono, altre rapiscono, o derubano. Altre ancora lasciano andare, come nulla fosse. Li potremmo incontrare», spiega con disinvoltura padre Edoardo Rocas Oliver mentre guida attraverso le voragini scolpite dalle piogge torrenziali nel nastro di terra rossa. Dall’alta vegetazione emergono uomini e donne che portano sulle spalle un carico di legna appena tagliata. Le ciabatte ai piedi in una selva buona per i guerriglieri come per il cobra. Padre Edoardo manca da cinque mesi da Santa Croce e San Luca, comunità di sfollati a circa 30 chilometri dal capoluogo Pemba, dove il sacerdote serve da 15 la parrocchia di San Carlos Lwanga, nel quartiere di Mahate. Sono arrivati a ondate, nel 2020, quando Ansar al-Sunna ha dilagato nel nord di Cabo Delgado. Da dicembre ad aprile, i diluvi stagionali hanno tagliato fuori i villaggi da ogni possibile contatto. Ma oggi l’autunno australe splende caldo e terso, talvolta una riga di mare lucente fa capolino all’orizzonte.
All’arrivo, il pick-up viene circondato dai fedeli e da un corale canto di benvenuto. I tamburi, le litanie della tradizione. Un’accoglienza diversa da quella che un parroco riceve in Spagna, suggeriamo. Sorride padre Edoardo, originario di Saragozza. I parrocchiani si infilano e siedono nelle panche della cappella, una piccola struttura tradizionale di assi di legna e canne, le pareti di fango, il tetto una barba di filamenti di palma.
È raro assistere alla nuda, vera solennità con cui il sacerdote, vestito di tunica e stola, esita raccolto prima di entrare nella penombra dove lo attendono i fedeli. Se si esclude il vento, il silenzio della terra sterminata è assoluto. La liturgia procede in portoghese, all’Eucarestia segue la consegna dei doni al missionario: due papaye, due pannocchie di mais. Diventa necessaria la traduzione in linguaggio makhwa, a sua volta medium imperfetto, per affrontare i progetti legati all’imminente costruzione della chiesa. La Messa si distende in un’assemblea democratica dove si affrontano i temi della sabbia, dei mattoni, delle manovalanze disponibili.
«Anche a Santa Croce inizieremo i lavori del Ci-Paz, il centro per il dialogo interreligioso», dice padre Edoardo mentre sulla via del ritorno infiliamo i villaggi del distretto di Mekuffi, dove il salafismo degli Shabaab, come in gran parte di Cabo Delgado, si sta rapidamente diffondendo. Fondato nel 2016 da un gruppo di preti e imam, il Ci-Paz è un’istituzione mobile, costruita sugli incontri comunitari. Dalle assemblee dei ministri di culto, focalizzate su elementi teologici, a quelle popolari, durante le quali si lavora all’alfabetizzazione religiosa, e prima ancora a quella culturale, con i corsi di portoghese, matematica, elementi di sanità basilare, brevi corsi di imprenditoria. Alcuni imparano così a leggere e scrivere. Il confronto, e un piccolo sapere che attraversi e frantumi la dura scorza fatta di povertà e ignoranza, eredità antica e fertile per il contagio estremista, cristiano come musulmano.
«La polarizzazione non esisteva, hanno separato le comunità, dobbiamo recuperare il rispetto reciproco», afferma padre Edoardo. Intorno a lui, questa volta nella sua casa di Pemba, davanti alla chiesa di San Carlos Lwanga, si è raccolta l’avanguardia del dialogo. «Era necessaria una risposta, soprattutto da parte dei musulmani, per riscattare la credibilità dell’islam, separarlo dal terrorismo», dice Ras Avocau, coordinatore del curriculum per una madrassa. «Perché difendi questo movimento, mi chiedono? Mi attaccavano con elementi teologici, ma grazie agli incontri con i cristiani del Ci-Paz ho trovato le risposte», racconta l’imam Mohammad Mgiun Ibrahim. «Mio padre era cattolico, mia madre musulmana. Io insegno in una madrassa – afferma Vitorino Luis Pramoxia –, e ora mi rendo conto di quanto il dialogo sia fondamentale. Nel loro discorso, soprattutto con i giovani, gli Shabaab fanno leva sull’esclusione economica e sociale, sulle fratture etniche. Ma poi le persone hanno capito quale fosse l’obiettivo finale, hanno visto i loro figli imbracciare i fucili, morire. Noi creiamo un nuovo paradigma, le nostre comunità cominciano ad avere indipendenza di giudizio, desiderio di fraternità e pace».
L’impegno di Avvenire per un’informazione giornalistica che si faccia prossimità con le persone si traduce in gesti concreti. Con “Guerre dimenticate” sosteniamo un progetto di solidarietà: “Myanmar: vite dimenticate”. Promosso dalla Fondazione Avvenire, si propone di restituire un futuro ai profughi birmani dei campi di Ban Mai Nai Soi e Ban Mae Surine, situati oltreconfine in Thailandia. Gli interventi, rivolti a 2.000 persone, riguardano l’assistenza sanitaria e l’istruzione per bambini e ragazzi fuggiti dalla guerra. E' possibile contribuire attraverso questo link.    

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