Mélenchon o Le Pen, in Francia il dopo Macron è già partito con le grandi città

di Daniele Zappalà, Parigi
Parigi al primo turno va a sinistra, ma sceglie i socialisti. Faticano i candidati di centro, "La France Insoumise" piace soprattutto ai giovani, mentre la destra radicale corre nelle metropoli del Midi. «La Quinta Repubblica vive una stagione di instabilità e di stanchezza democratica»
March 16, 2026
Mélenchon o Le Pen, in Francia il dopo Macron è già partito con le grandi città
Il voto alle Comunali di domenica del presidente Macron / Ansa
In Francia, la fine è già in vista per la stagione politica simboleggiata da Emmanuel Macron? Sono in molti a pensarlo, dopo il primo turno domenicale delle amministrative, che hanno visto i candidati della maggioranza sommersi quasi dappertutto da onde avverse. Tanto da quelle dell’ultradestra e dell’ultrasinistra. Quanto da quelle del vecchio duopolio socialisti-neogollisti, assetato di rivincita rispetto agli “sconvolgimenti” dell’era inaugurata nel 2017 dall’ex asso pigliatutto transalpino, caduto dal piedistallo e costretto a condurre mestamente, almeno sul fronte interno, l’ultimo anno che gli resta prima di lasciare definitivamente l’Eliseo. Per Macron, un nuovo colpo duro, quest’ultimo test elettorale, in una Francia che sembra prepararsi a voltare pagina.
Nella capitale, il candidato sostenuto dal presidente, Pierre-Yves Bournazel, si è a malapena issato sopra la barra fatidica del 10% (che consente di competere al ballottaggio di domenica prossima), surclassato tanto dal candidato socialista Emmanuel Grégoire, quasi al 38%, tanto dall’ex ministra neogollista Rachida Dati, poco sopra il 25%, con un ritardo di circa 100mila voti. Ieri, si profilava un’alleanza di secondo turno fra Dati e Bournazel, ma un eventuale recupero pare proibitivo. Parigi dovrebbe così rimanere a sinistra, come nell’ultimo quarto di secolo.
Due grandi città del Midi non lontane dall’Italia, Nizza e Marsiglia, rischiano invece di finire in mano all’ultradestra, lepenista o ideologicamente affiliata. Ma in tanti altri angoli di Francia, un po’ a sorpresa, è stata l’ultrasinistra a volare molto in alto, confermando una crescente estremizzazione del paesaggio politico. Il polo “moderato” atipicamente centrista ancora fedele a Macron si è invece mostrato un po’ dappertutto in affanno e rischia di perdere pure l’occasione di conquistare Lione, dov’era dato favorito. Segnali che lasciano presagire, secondo molti politologi, un vero crepuscolo ormai imminente del campo macronista, che sembra aver perduto il suo smalto. “Renaissance”, il partito di Macron, conferma una vistosa mancanza di radicamento a livello territoriale, questa volta facilmente sfruttata dagli avversari.
Sono tanti i capoluoghi in cui potranno mantenersi ai ballottaggi 3 o più candidati, rendendo ogni elezione un caso a sé stante. Ma in termini di tendenze, in uno scrutinio con una partecipazione a quota 57% (ben più bassa che in passato), sono soprattutto i partiti estremi a rastrellare il diffuso malcontento.
A sinistra, malgrado tante polemiche, gli anticapitalisti di “La France Insoumise” del controverso tribuno “rosso” Jean-Luc Mélenchon sono riusciti a fare il pieno fra i giovani di città, come nella settentrionale Roubaix. Ufficialmente ormai lontani dai mélenchoniani, i socialisti sono così in imbarazzo nei capoluoghi, come Marsiglia e Tolosa, in cui avrebbero assolutamente bisogno dei voti degli anticapitalisti per spuntarla. Alquanto in difficoltà pure i Verdi, che erano stati i principali vincitori delle ultime amministrative del 2020 e che pagano una relativa “sordina” calata sulle tematiche ecologiche durante la campagna. A Strasburgo, ad esempio, la sindaca uscente dei Verdi è addirittura giunta terza, ben staccata. Il dinamismo di lepenisti e mélenchoniani si tradurrà pure in maggiori finanziamenti per questi partiti e in nuovi seggi al Senato, trasformando dunque anche il paesaggio parlamentare.
All’indomani del voto, i commentatori hanno parlato pure di «stanchezza democratica», in un Paese che a livello governativo non aveva mai conosciuto, sotto la Quinta Repubblica, un’instabilità politica tanto acuta come quella vista negli ultimi due anni. Anche per quella che era un tempo una delle elezioni più amate dai francesi, il primo “partito” alle urne è ora l’astensionismo. In termini di credibilità, sintomaticamente, soffrono dunque vieppiù pure i sindaci, a lungo rimasti al riparo dalla diffidenza generalizzata verso la classe politica divenuta endemica in Francia.

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