L'arsenale iraniano è stato intaccato, ma distruggerlo rimane un compito proibitivo
Si stima che Teheran abbia ancora un migliaio di missili e 100-120 lanciatori. Gli attacchi del regime si sono però affievoliti per la difficoltà di rigenerare le scorte

Più che le certezze abbondano le stime, ma il comando missilistico iraniano mostra segni di fatica per più ragioni. Privo di difese aeree, braccato notte e giorno dalle forze israelo-americane, fatica a imbastire attacchi plurimi coordinati: le salve missilistiche sono meno copiose in numero e meno tempestive che nei primi giorni. C’è carenza di lanciatori più che di missili, di capacità di comando e controllo sinergiche, di figure chiave fra il personale, vittime di una guerra senza esclusione di colpi. Teheran era entrata in guerra con un arsenale ancora pletorico, impreziosito da 2mila missili a raggio medio e intermedio e 6-8mila vettori a corto raggio, di gamma la più articolata. Era stata capace di risposta rapida ai primi attacchi, superando le dinamiche delle guerre del 2024-2025. Poi i raid si sono affievoliti, declinando di quattro quinti dopo 5 giorni di ostilità.
L’Iran avrebbe oggi un potenziale missilistico dimezzato, di vettori ancora pregiati perché propulsi da carburanti facilitanti tattiche spara e scappa: tempi rapidi d'azione per sfuggire alla caccia nemica, uscendo dalle basi sotterranee per un tempo minimo. Ne usa con cautela, per preservare parte dell’arsenale per il futuro bellico e postbellico, per i vantaggi operativi che i missili a carburante solido offrono rispetto ai motori a propellente liquido, in termini di tempi di lancio ridotti, sicurezza di stoccaggio, manutenzione e trasporto dagli arsenali alle piattaforme di lancio, spesso mobili.
Volente o nolente, l’Iran pare in affanno per logistica e deficit di lanciatori: nelle prime ore del conflitto e nei cinque giorni successivi, Israele ne avrebbe distrutto 300, poi sono arrivati i colpi statunitensi, in primis contro le rampe per il corto raggio. Americani e israeliani ritengono verosimile una forchetta residua di 100-120 lanciatori, declinati di tre quarti da fine febbraio, quasi come i raid, scemati del 90% nella totalità e dell’88% contro Israele. Di missili ne rimarrebbero un migliaio, forse meno, a medio raggio e il triplo, se non più, a corto raggio, senza contare i razzi. Rigenerare gli arsenali è per Teheran sfida in salita: negli ultimi tempi, l’Iran era stimato produrre combustibile per 3 vettori quotidiani. Un ritmo insostenibile sotto le bombe e il cappio sanzionatorio, parzialmente aggirato con società schermo per l’import di tecnologie critiche, giroscopi laser, sistemi di guida, grafite, metalli grezzi, semilavorati e precursori per propellenti.
Sarebbe tuttavia fuorviante intonare peana anzitempo, tanto è complesso il programma missilistico iraniano, ultraquarantennale, proliferato in centri di sviluppo, basi, siti speciali e città missilistiche sotterranee. Prima della guerra, c’era una rete di 42 siti identificati, 15 di produzione, soprattutto nella regione della capitale, distrutti o danneggiati dalle bombe del 2025 e dell’oggi.
Azzerare il programma missilistico iraniano è tuttavia impresa complessa, ostacolata dalla molteplicità di hub, centri di ricerca universitari e dei pasdaran, industrie chimiche, dei materiali ed elettroniche. Abbastanza per giustificare 500 lanci missilistici iraniani da inizio guerra, sinergici a oltre 2mila droni che, declinanti i primi, saranno i sistemi d'arma prediletti dai pasdaran, perché ostici da contrastare, facili da operare e agevoli da produrre. Oltre ai Mohajer-4 e Mohajer-6, il Comando dronistico iraniano dispone degli Shahed 129, armabili con 4-8 munizioni, cui si aggiungono droni medi Shahed 181 e Shahed 191, Shahed 123, ricognitori vari e, soprattutto, gli Shahed 136, droni d’attacco dal design semplice, 160 chilometri orari di velocità e raggio di 2mila chilometri circa. Armi che abbondano e che sono affiancate in numeri minori dai temibili Shahed 238, varianti jet, molto più veloci ma meno prestanti nel raggio. Droni vari che hanno fatto vittime eccellenti contro obiettivi radar statunitensi nei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, carenti nei mezzi di contrasto, in attesa che arrivino esperti e sistemi ucraini, perfezionati in un quadriennio di guerra con la Russia.
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