L'Argentina ha “liberalizzato” i ghiacciai: via libera alle trivelle
La legge è passata dopo una discussione infuocata. D’ora in poi si potranno realizzare attività estrattive in aree finora protette. L’allarme degli attivisti

Quasi dodici ore di dibattito. È passata la mezzanotte a Buenos Aires. Volano stracci alla Camera, l’organo legislativo nazionale. Deputati sfiniti, toni esasperati. Ma la riforma sui ghiacciai passa: 137 “sì”, 111 “no” e 3 astenuti. D’ora in poi potranno essere autorizzate «attività produttive» ed «estrattive» in quelle che la legge 26.639, introdotta nel 2010, dichiarava «zone protette», compresi gli ambienti periglaciali. Tutela ridotta all’osso, quindi, ai territori con «funzione idrica comprovata o rilevante». Criterio labile, e neanche definitivo. Ci penseranno le province, i governi locali, a definire cosa va protetto o meno. E se un ghiacciaio non compie più la sua «funzione idrica», può essere soggetto a progetti estrattivi. Il «federalismo ambientale», come lo chiama Javier Milei, depotenzia l’Inventario nacional, cioè il registro che tutela i ghiacciai, il cui parere non sarà più vincolante sulle province. La riforma è uno dei tanti progetti previsti dal “régimen de incentivos de grandes inversiones”, il programma con cui Milei vorrebbe «attirare grandi capitali» in «settori strategici» tra cui miniere, petrolio, gas e rinnovabili. Il requisito minimo di investimento: 200 milioni di dollari americani.
«La riforma è solo un passo in più verso la svendita del Paese», ha denunciato Pablo Todero, deputato di Unión por la patria, aggiungendo: «È una legge drammatica . È un disastro. Venderanno i ghiacciai, venderanno le fonti d’acqua, modificheranno i limiti d’uso dei luoghi protetti». Gabriela Estevez, della stessa formazione, ha osservato: «Se apriamo allo sfruttamento dei ghiacciai, cosa rimarrà alle prossime generazioni?». Ma il governo centrale non ha ceduto. Persino un account X istituzionale, Oficina de respuesta oficial, è stato usato per veicolare messaggi in pro della riforma. «Deputati della Nazione: non tradite gli argentini con ideologia straniera», è stato l’appello ai legislatori. Sullo stesso post: «Ancora Greenpeace con il suo teatrino attivista nel Congresso, mentendo spudoratamente». Nel frattempo i deputati pro-Milei, come Nicolás Mayoraz, sostenevano: «Con questa legge la tutela ambientale e lo crescita economica sono possibili». Qualcuno però punta il dito contro le grandi compagnie miniere. «Non ho paura di dirlo. Il soggetto che andrebbe regolamentato, le compagnie miniere, hanno scritto questa legge». La sua denuncia non è nuova. «La riforma è una richiesta delle grandi corporation», sostiene Ana Chayle, citando gli attivisti dell’Assemblea per l’acqua di San Juan e dintorni. «L’importante era derogare il sistema di protezione assicurato dalla normativa precedente. O perlomeno snaturarla». Le preoccupazioni arrivano a Uspallata, dove Analía Roggiano Vio (Asamblea de vecinos autoconvocados) teme il profilarsi di «un saccheggio totale». Secondo la Agencia Tierra Viva colossi come Bhp, Glencore, Lundin Mining e McEwen sono pronti all’assalto, con progetti già in cantiere da Mendoza a Salta.
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