L'agonia di Christa Pike, sopravvissuta a due iniezioni letali nel Tennessee
La donna di 50 anni è stata condannata a morte per l'omicidio commesso quando aveva 18 anni. Secondo gli avvocati al momento si trova in ospedale per ricevere le cure necessarie

«Mi sembra che il braccio mi stia scoppiando». Christa Pike era ben cosciente mentre lo diceva. Sul lettino della camera della morte del Riverbend Maximum Security Institution di Nashville le avevano già somministrato il pentobarbital destinato a ucciderla. Non è successo. Il Tennessee ha proceduto con la seconda serie di iniezioni prevista dal protocollo. Pike ha continuato a lamentarsi per i dolori, sbattendo i piedi per terra.
La donna, 50 anni, condannata a morte per un omicidio commesso quando aveva 18 anni, è stata poi trasferita in ospedale. Il direttore del Death Penalty Information Center, Robin Maher l’ha definita «un’esecuzione che non ha precedenti». Eppure, di precedenti ce ne sono: appena pochi mesi fa, lo scorso maggio, nello stesso stato del Tennessee a un condannato è stata sospesa l’esecuzione – per un anno – dopo le difficoltà avute nel trovare una vena per somministrare l’iniezione letale. E di casi precedenti ce ne sono almeno altri 63, documentati dal Death Penalty Information Center dal 1982. Ancora non si sa cosa sia successo: tra le ipotesi la quantità insufficiente, la somministrazione non adeguata o che il farmaco fosse scaduto o mal conservato. Il governatore repubblicano Bill Lee, che lunedì aveva negato la grazia a Pike, ignorando l'appello a considerare la giovanissima età che aveva al momento del crimine, ha ora sospeso le altre esecuzioni previste entro la fine dell'anno. Lo aveva già fatto nel 2022.
La donna è stata condannata per l'omicidio, commesso nel 1995, di Colleen Slemmer, 19 anni, una sua compagna nel programma di formazione professionale Job Corps di Knoxville per giovani proveniente da contesti vulnerabili. Il delitto fu brutale e il caso suscitò molto clamore: dopo l'uccisione della donna Pike portò con sé un frammento del teschio. I suoi due complici, anch'essi adolescenti - il suo fidanzato dell'epoca, 17 anni, e un'altra ragazza di 18 anni - hanno evitato la pena di morte. A un'ora dell'esecuzione un tribunale federale aveva sospeso l'esecuzione per dare modo ai giudici di valutare se le accuse di abusi sessuali subiti da Pike durante l'infanzia fossero state pienamente prese in considerazione al momento della sentenza. Più volte violentata da bambina, picchiata dal padre, tenuta a digiuno dalla madre: le è stato diagnosticato un disturbo bipolare e un disturbo da stress post-traumatico. Alla fine, il ministro della giustizia dello stato del Tennessee, Jonathan Skrmetti, ha fatto ricorso alla Corte Suprema chiedendo di revocare la sospensione dell'esecuzione.
Il caso americano è parte di un ricorso alla pena di morte che nel mondo non arretra. È prevista nell’ordinamento legislativo di 54 Paesi e secondo Amnesty International, nel 2025 c'è stato il più alto numero di esecuzioni dal 1981: almeno 2.707 esecuzioni, oltre due terzi in più rispetto al 2024. La gran parte viene dall’Iran, con almeno 2159 persone messe a morte. Ma le esecuzioni sono cresciute anche negli Usa, da 25 a 47, in Yemen, Egitto, Singapore e Kuwait. «Il caso di Christa Pike mette a nudo le molteplici ragioni per cui la pena di morte dovrebbe essere abolita», ha sottolineato l'Alto Commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, esortando lo Stato americano del Tennessee a non tentare nuovamente di giustiziare Pike. «Siamo anche preoccupati per l'aumento del numero di esecuzioni negli Stati Uniti: la pena di morte non ha posto in alcuna società».
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