Con la nuova guerra agli Houthi, Riad è ricaduta nella trappola yemenita
Undici anni dopo il primo intervento saudita, Riad torna a bombardare gli Houthi. Ma conquistarne i territori è molto più difficile di allora e il principe ereditario Mohammed bin Salman non può permettersi un altro decennio di guerra

Ora che la guerra in Yemen ricomincia su vasta scala, portando nuova povertà e disperazione nel quotidiano di chi deve sfollare, o lo era già come cinque milioni di yemeniti, c’è una fotografia che torna subito alla mente. Undici anni fa, quando l’Arabia Saudita iniziò a bombardare i territori del nord ovest dopo il colpo di stato degli Houthi filo-iraniani, l’allora ministro della difesa saudita Mohammed bin Salman si fece subito fotografare al quartier generale militare di Riad. Intorno a lui i comandanti con fogli e mappe, il principe che interloquisce con loro, con lo sguardo e la postura di chi ha una strategia. È molto probabile che stavolta, mentre l’Arabia Saudita riprende ufficialmente a bombardare gli Houthi a sostegno della controffensiva delle forze governative, non ci sarà alcuna foto del principe in versione “stratega militare”. Infatti, la lotta al governo di fatto degli Houthi è la grande incompiuta di Mohammed bin Salman: la solita guerra che doveva essere lampo divenuta conflitto senza fine. In questi undici anni, il principe ereditario ha fatto di tutto per allontanare da sé quel fallimento.
E' diventato l’immagine della trasformazione economica “oltre il petrolio” di Vision 2030 (molti lo ricordano, anche, perché considerato il mandante dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi). Nel 2022, l’anno della tregua in Yemen durata fino a due mesi fa, il principe lasciò il ruolo di ministro della difesa. Sembrava un nuovo inizio: una delegazione degli Houthi venne persino ricevuta a Riad per colloqui, nel settembre 2023, prima che il 7 ottobre e poi il ritorno alle ostilità da parte Houthi interrompessero tutto. Dopo l’esperienza della guerra, da cui i sauditi uscirono per lo stillicidio di droni e missili contro il loro territorio, è difficile credere che Mohammed bin Salman pensi davvero di poter “liberare la capitale Sanaa” dagli Houthi, come dichiarato dalle autorità yemenite in questi giorni. Il prezzo, in termini di tempo, costi e vite, sarebbe troppo alto. E c’è già un’altra guerra diversa e collegata, quella contro l’Iran, a logorare la sicurezza dell’Arabia Saudita. Difficile perché il sostegno degli Stati Uniti ai bombardamenti sauditi in Yemen è, come undici anni fa, limitato a intelligence e individuazione degli obiettivi. Gli Emirati Arabi, i partner militari più capaci dei sauditi, non hanno più truppe lì dopo il gran litigio con Riad per le regioni del sud. Fin qui, Turchia e Pakistan, ovvero i paesi del Patto di Mecca voluto dall’Arabia, hanno deciso di fornire forze e assetti militari a protezione, però, del regno saudita: ovvero aiutare Riad a difendersi ma senza intervenire in Yemen. Negli anni, le capacità militari degli Houthi sono poi diventate più sofisticate (realizzazione di armi comprese), grazie all’aiuto dei pasdaran iraniani. Così come la penetrazione sociale del gruppo si è fatta capillare in tribù, scuole e professioni, tra coercizione e indottrinamento.
È più plausibile, pertanto, che Mohammed bin Salman stia cercando in Yemen obiettivi meno ambiziosi, ma comunque difficili: aiutare i governativi a riprendere la zona del Bab el-Mandeb, impedire nuove conquiste e limitare gli attacchi contro il proprio territorio. L’alternativa, ovvero la guerra per l’intero Yemen, equivarrebbe a farsi risucchiare in un altro decennio di ostilità. I sauditi hanno fretta di risultati mentre gli Houthi -come sempre i gruppi armati- hanno tempo e traggono vantaggio nel rallentare l’avversario. Stavolta, poi, i riferimenti islamici somigliano a un terreno di contesa politica. Riad ha denunciato due attacchi missilistici sventati contro Mecca e Medina, le città sante dell’Islam di cui il regno saudita è custode, negati dagli Houthi. Il leader del gruppo, che spesso si rivolge alla Umma (la comunità dei credenti) e rivendica la discendenza da Maometto, ha sottolineato quanto la responsabilità di quei luoghi sia anche loro perché Mecca “non è un emirato saudita”. Ce n’è abbastanza per non poter sperare in un conflitto breve.
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