La mediazione della Chiesa venezuelana: no a ogni forma di violenza

Il Consiglio episcopale latinoamericano e caraibico: «Camminiamo con voi e il vostro popolo, non siete soli». L'impegno per il rilascio dei detenuti «spesso dimenticati» e la richiesta ai fedeli di «restare in comunione, senza farsi trascinare dallo sconforto né dall'euforia»
January 5, 2026
La mediazione della Chiesa venezuelana: no a ogni forma di violenza
Una bandiera del Venezuela in piazza san Pietro / Ansa
La solidarietà alle più di ottanta vittime e ai loro familiari. La preghiera per il popolo, impoverito e reduce da una lunga crisi. E lo sguardo vigile sui responsabili politici, perché tengano conto del bene comune. Ore difficili per il Venezuela, ma la Chiesa non perde la bussola. Le bombe su Caracas, la cattura di Maduro e il rumore delle sciabole non la spaventano, né la seducono. La sera stessa dell’attacco Usa i vescovi, in una nota, hanno respinto «ogni forma di violenza», auspicando che «le mani si aprano per l’incontro e l’aiuto reciproco». I vescovi rivolgono anche un appello ai governanti affinché «le decisioni che si prendono siano sempre per il benessere del nostro popolo». Si tratta di «vivere più intensamente la speranza e la fervente preghiera per la pace nei nostri cuori e nella società», affinché il Signore doni «serenità, saggezza e forza» a tutti i venezuelani. I vescovi hanno quindi esortato all’«unità del popolo venezuelano» in continuità con il monito di papa Leone XIV all’Angelus di domenica. Fonti della Conferenza episcopale venezuelana esprimono ad Avvenire la loro preoccupazione per le sorti delle «persone che rimangono detenute a causa delle loro idee politiche» e degli stranieri «tuttora reclusi in strutture detentive, senza alcuna ragione». Tra questi ultimi c’è l’operatore umanitario italiano Alberto Trentini, recluso a El Rodeo I da oltre 400 giorni. La mamma, Armanda Colusso, ha recentemente ricevuto la telefonata del presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi.
Del resto non mancano i tentativi di mediazione della Chiesa locale per il rilascio dei detenuti, «spesso dimenticati», là dove, dal 25 al 31 dicembre, erano stati scarcerati quasi duecento prigionieri. «È un impegno che va al di là dei colori politici, portato avanti anche nei mesi scorsi, nell’ambito delle canonizzazioni dei primi santi venezuelani», ha commentato un sacerdote, in riferimento alla proclamazione di José Gregorio Hernández e di madre Carmen Rendiles, lo scorso 19 ottobre. Altre preoccupazioni – già espresse nel messaggio di Natale – riguardano «l’impoverimento generalizzato della popolazione», in preda a crisi economica, inflazione e sanzioni, e la «criminalizzazione dei migranti» venezuelani nel resto del continente.
A sua volta la presidenza della Celam, il Consiglio episcopale latinoamericano e caraibico, è intervenuta per trasmettere «un messaggio semplice, fraterno e pieno di speranza» alla Chiesa venezuelana. «Non siete soli», si legge nel messaggio, «il Celam cammina con voi e con il popolo venezuelano, incoraggiando ogni sforzo per costruire ponti, guarire le ferite e avanzare nella riconciliazione, senza escludere nessuno».
Lo sforzo per la pace viene compiuto anche dai parroci, come Jorge Rodríguez, della diocesi di Cabimas, che esorta i fedeli a «restare in comunione, senza farsi trascinare dallo sconforto né dall’euforia». Don Rodríguez attinge all’esperienza dell’Anno Santo, che «poco fa si è conclusa anche nelle nostre Chiese particolari e ci ha fatto crescere nel dialogo e nella sinodalità». La sua attenzione è posta sui giovani, affinché «anche la rabbia, causata dalle disuguaglianze e dall’ingiustizia sociale, venga trasformata a fin di bene», senza cascare «nel tranello delle ideologie, che dividono e allontanano dalla realtà». È d’accordo suo confratello, Néstor Ulloa, teologo e impegnato nell’ambito della Pastorale giovanile. «La migrazione e la rassegnazione non devono essere l’unica risposta ai problemi. Da molto tempo povertà e crisi hanno rubato i sogni dei nostri giovani». Lui, parroco della comunità di Santa Lucia, fondata nel Novecento da migranti italiani nel municipio Lagunillas, afferma: «Noi lavoriamo a contatto con le famiglie. È la nostra priorità. Il fenomeno migratorio ha lacerato tanti nuclei. Cerchiamo di far sentire tutti meno soli». Lagunillas è infatti l’emblema della crisi del Paese: un tempo fulcro dell’industria petrolifera, ora periferia abbandonata da tutti. «Ma è proprio qui, nelle periferie, dove nascono i sogni più grandi. Ce lo ha insegnato papa Francesco».
Altri preferiscono non parlare. Anche per prudenza, visti gli attacchi subiti negli ultimi mesi da parte della politica: gli insulti del chavismo, le critiche dell’opposizione e il sequestro del passaporto al cardinale Baltazar Porras. «Parliamo già con le nostre azioni», ci dice una religiosa del Táchira. «È da mezzo secolo che si parla. Occorre invece testimoniare e rimboccarci le maniche», conclude.

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