«La guerra degli Usa al terrore ha aperto la via all’autoritarismo competitivo»
di Elena Molinari, New York
Il politologo di Harvard Levitsky: «L’Iraq è stata la svolta. Le manipolazioni hanno rotto il patto di fiducia tra cittadini e leader»

La risposta agli attentati dell'11 settembre, dalle guerre senza fine in Afghanistan e Iraq al potere presidenziale enormemente rafforzato, fino alla sorveglianza di massa introdotta con il Patriot Act, non ha reso l'America «più forte», come aveva promesso George W. Bush. Al contrario: ha logorato la fiducia degli americani nelle proprie istituzioni, ha incrinato il prestigio degli Stati Uniti nel mondo e spianato la strada all'attuale declino democratico guidato da Donald Trump. Ne è convinto Steve Levitsky, politologo di Harvard e coautore di Come muoiono le democrazie (Laterza).
Bush promise che gli attacchi non avrebbero «intaccato l'acciaio della democrazia americana». Un quarto di secolo dopo, è stato così?
In realtà le fondamenta si sono allentate. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a una polarizzazione estrema e a un'erosione drammatica delle norme democratiche di base. Ma il cambiamento forse più importante è stata la radicalizzazione del Partito repubblicano: gran parte della sua leadership non è più disposta a rispettare le regole del gioco. La prova l'abbiamo avuta nel 2020, quando buona parte del partito ha rifiutato l'esito del voto o ha assecondato il tentativo di ribaltarlo.
Come si è passati dall'unità seguita al trauma dell’11 settembre 2001 alla polarizzazione di oggi?
Il punto di svolta fu l'Iraq. Non era affatto inevitabile spostare lì l'attenzione. Fu una guerra concepita male e combattuta peggio, giustificata gonfiando le prove sulle armi di distruzione di massa. Il conto fu enorme: oltre settemila soldati americani, centinaia di migliaia di civili, un debito che oggi supera i 40mila miliardi. Ma il danno più grave fu morale. La manipolazione dell'intelligence ruppe il patto di fiducia tra i cittadini e i loro leader. Da lì la politica tradizionale è collassata, aprendo la porta agli outsider, prima Obama e poi Trump, e a una realtà in cui ciascuno sceglie la propria verità.
Dopo l'11 settembre gli americani hanno accettato, in nome della sicurezza, una progressiva erosione dei loro diritti: intercettazioni, sorveglianza, poteri straordinari. Questo li ha resi meno vigili ai limiti alla loro libertà?
Sicuramente. E le istituzioni e le élite che avrebbero potuto arginare quella erosione hanno abdicato. Fino ad arrivare a Senato che ha assolto Donald Trump dopo che aveva tentato di ribaltare un'elezione, invece di impedirgli per sempre di ricandidarsi.
Come definisce, oggi, il sistema politico americano?
Nel 2025 gli Stati Uniti sono scivolati in una forma lieve di “autoritarismo competitivo”: un sistema in cui i partiti continuano a competere alle elezioni, ma chi governa abusa in modo sistematico del proprio potere, lo usa come un’arma per punire i critici e minacciare i rivali e per cambiare le regole del gioco. Non è ancora una dittatura, ma non è più la democrazia piena che il mondo conosceva.
In che modo muoiono le democrazie?
Nel Novecento morivano per mano di una parte dell'élite, spesso i militari, con un colpo di Stato. Nel XXI secolo muoiono per mano di governi eletti: un leader arriva al potere con il voto e poi svuota le istituzioni dall'interno. A volte con il consenso di grandi maggioranze, come Chávez in Venezuela, ma spesso, come in Polonia o in Turchia, in un contesto di forte polarizzazione, dove una delle due parti conquista il potere e ne abusa. È il caso più vicino agli Stati Uniti.
Ci sono dati rassicuranti per gli Usa?
Sì. Due cose sappiamo delle democrazie: nessuna democrazia ricca quanto gli Stati Uniti è mai crollata nella storia del mondo, e nessuna democrazia con più di cinquant'anni è mai crollata. Gli Stati Uniti, dunque, dovrebbero essere al sicuro. Ma la polarizzazione estrema e la radicalizzazione di un partito disposto a vincere con ogni mezzo mettono alla prova anche questa regola. La buona notizia è che l'arretramento è reversibile.
Come si inverte la rotta?
Attraverso l'impegno dei cittadini. Il pericolo maggiore è mettersi in disparte, o per eccesso di fiducia, dicendosi “siamo sempre stati una democrazia”, o per rassegnazione. Serve che decine di milioni di americani restino attivi e vigili, ciascuno sui temi che gli stanno a cuore: non con un “like” su Facebook, ma andando alle riunioni, votando, organizzandosi, candidandosi quando arriva il loro momento. Non serviranno dieci milioni di persone in marcia su Washington: basta che decine di milioni restino presenti e pronte a farsi sentire. Solo così questo governo si indebolirà lentamente, si dissanguerà da solo.
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