La storia di Youssef, 4 anni, morto di tonsillite a Gaza
di Luca Foschi, Ramallah
La famiglia vive in una tenda, il padre Saed racconta le tappe del calvario: «Ci hanno consigliato acqua ghiacciata, come si può averne?». Neanche i soldi per una fossa

Fra le tende poggiate sulla sabbia rovente di al-Ammudi, area rurale nell’estremo nord della Striscia di Gaza, un bambino di quattro anni porta con esitazione una tazza alla bocca. L’amaro del contenuto gli stropiccia il viso: «A volte anche gli adulti si rifiutano di bere l’antico rimedio per il mal di gola, fatto d’aglio e succo di limone. Brucia terribilmente, ha un pessimo sapore. Ma Youssef non voleva deludermi, così lo mandava giù tutto. In quei momenti lo osservavo, sembrava un giovane uomo», racconta il padre, Saed Wali Saeed. Le tonsille infiammate hanno cominciato a dare febbre mercoledì 2 settembre. Saed e la moglie Iqtimal hanno preso in braccio il piccolo Youssef e si sono incamminati verso la vicina clinica della Mezzaluna Rossa, situata a poche centinaia di metri da dove passa la Linea Gialla che segna il territorio controllato dall’esercito israeliano. L’antibiotico e l’antipiretico prescritti dalla dottoressa non riescono a placare l’infiammazione, così, venerdì 4, Saed e Iqtimal decidono di portare Youssef all’ospedale Rantisi, distante circa cinque chilometri. «Abbiamo aspettato la sera, perché il bambino avrebbe sofferto troppo durante il viaggio. Le temperature in questa parte di Gaza sono insopportabili, e non esiste nessun tipo di trasporto, per questo abbiamo chiesto l’intervento dell’ambulanza. È arrivata dopo un’ora e un quarto. Sono appena quattro quelle operative in tutta la Striscia. In quel momento la febbre di Youssef era a 39», spiega Saed. All’ospedale Rantisi, intorno alle 8 di sera, diversi dottori visitano il piccolo. Sono tutti giovani, alcuni non hanno terminato gli studi. I bombardamenti israeliani hanno falciato centinaia di medici e infermieri.
Saed perde la pazienza, esige l’intervento di una persona competente. L’esame della pediatra che interviene è accurato, attento a verificare anche possibili malattie della pelle, una delle tante piaghe di Gaza. Solo pochi giorni prima la presenza di un serpente fra le tende, che sia aggiunge a quella di topi e insetti, aveva tenuto sveglia la famiglia fino a tarda notte. La dottoressa prescrive nuovi antibiotici, un’iniezione contro il vomito che scuote Youssef, e una flebo. In questo momento il bambino ha 39,5 di febbre e pesa 16 chili. Gli infermieri eseguono quanto ordinato, poi lasciano il bambino all’osservazione dei genitori. L’intervento però non sortisce nessun effetto, il volto di Youssef è cianotico, la pelle fredda, mani e piedi si tingono di blu. Mentre Iqtimal veglia, Saed va in cerca degli infermieri. Sono riuniti in un ufficio, chini sui telefoni. «“Abbiamo fatto ciò che ci è stato chiesto, non possiamo più fare nulla”, mi ha risposto uno di loro. Sono andato in cerca della pediatra, ma un’altra dottoressa nel frattempo l’aveva sostituita. “La mia collega ha fatto ciò che era possibile, ora non rimane che rispettare la prescrizione”, mi ha detto, anche lei. Siamo stati noi a misurare costantemente la febbre, 16 volte in quattro ore, durante la permanenza in ospedale. Gli infermieri solo tre, una volta ogni ora e mezza. Mettilo in un catino con acqua fredda e ghiaccio, mi hanno suggerito. Ghiaccio in una tenda nella Striscia di Gaza?, mi sono chiesto. Ero stupefatto dall’assenza di empatia. La guerra ha fatto sì che le persone appartenenti al personale sanitario vengano chiamati “gli angeli della misericordia”. Io non ho visto nessuna misericordia», racconta Saed.
Il corpo di Youssef è sempre più freddo, e sulla via del ritorno Saed e Iqtilal vanno in cerca di un antibiotico più efficace, sia nelle farmacie ufficiali che nelle tende nate con il contrabbando, favorito dalle severe limitazioni che l’esercito israeliano impone alla frontiera. L’antibiotico non c’è, o non è affidabile. Tornati alla tenda, madre e padre trascorrono la notte chini sul bimbo. Alle 8 di mattina i dolori addominali di Youssef sono spaventosi. Saed e Iqtilal si mettono di nuovo in cammino, ancora una volta verso la clinica della Mezzaluna Rossa. Youssef si spegne fra le braccia del padre, cinque minuti dopo aver lasciato il polveroso labirinto delle tende. Inutile il tentativo disperato di rianimarlo, inutile la corsa a perdifiato, inutili le scosse del defibrillatore.
«L’8 settembre ho presentato una lettera di denuncia al direttore sanitario dell’ospedale, e descritto minuziosamente su Facebook le circostanze che hanno portato a quello che io definisco l’assassinio di mio figlio. Il giorno seguente avevo davanti la commissione del Rantisi. Otto persone, indignate per la diffusione della storia. Io chiedevo giustizia. Successivamente sono stato contattato dal direttore sanitario, che mi ha comunicato l’intenzione del sottosegretario della Sanità della Striscia di procedere con un’indagine. A oggi, non ho ancora sentito nessuno. Rimango scettico», dice Saed. Le condoglianze di familiari e conoscenti dispersi dalla guerra sono arrivate per telefono. Per ragioni economiche i tradizionali tre giorni di lutto prescritti dall’islam sono stati ridotti a uno. La tomba di Youssef si trova in un campo nella zona di al-Falluja, alla periferia del campo profughi di Jabalia. Il bimbo è stato poggiato sopra il feretro del nonno. La famiglia non aveva abbastanza denaro per un’altra fossa nella terra arida.
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