«Io, primo ministro uighuro, vi racconto il genocidio nascosto del mio popolo»
di Luca Miele
Abdulahat Nur guida in esilio il governo del Turkestan orientale, la regione che Pechino chiama Xinjiang: «Siamo a rischio sparizione»

È un filo tenace, di ferro. Al tempo stesso, con il tempo che fugge inesorabile e la vita che si disperde, quel filo si fa sempre più sottile e fragile. Friabile. Quel filo è una delle ragioni di vita di Abdulahat Nur, primo ministro in esilio del governo del Turkestan orientale, la regione che Pechino chiama Xinjiang. Quel filo, oggi, rischia di spezzarsi. «Devo credere che tornerò, perché mi rifiuto di accettare l'alternativa, che è la morte in esilio. E l'esilio non è libertà. Persino qui, sparsi lontano dal cuore della nostra nazione, noi uighuri non possiamo veramente preservare la nostra identità e la nostra cultura; un popolo separato dalla sua patria svanisce lentamente». Da venticinque anni, Abdulahat Nur conduce una “doppia” vita in Canada. Qui ha trovato riparo, ha lavorato, ha cresciuto i suoi figli lottando, al tempo stesso, per il suo popolo. Nur non esita a nominare la parola “genocidio”. «Al ritmo attuale di colonizzazione e genocidio, la nostra finestra di opportunità per invertire la rotta si sta chiudendo rapidamente. Se il mondo non ci aiuterà a conquistare la nostra libertà in tempo, non ci sarà più alcun popolo da liberare. Cesseremo di esistere, sepolti nelle note a piè di pagina della storia. Ecco perché non possiamo permetterci il lusso di aspettare pazientemente; il tempo sta per scadere per la nostra nazione».
Perché parla di genocidio? Pechino ha sempre negato che sia un corso qualcosa di simile a un genocidio.
Mentre parliamo, milioni di uighuri, kazaki, kirghizi e altri popoli turchi rimangono imprigionati in campi di concentramento e carceri o ridotti in schiavitù in strutture di lavoro forzato. Secondo quanto ammesso dalla stessa Cina, tra il 2014 e il 2019 una media di oltre 1,29 milioni di persone all'anno sono state internate in campi di prigionia. Al di fuori dei campi si verificano sterilizzazioni e aborti forzati, il tasso di natalità è crollato, quasi un milione di bambini sono stati sottratti ai genitori e portati in strutture statali per essere assimilati come cinesi, siti religiosi e culturali vengono distrutti e la nostra gente viene sradicata dalle proprie città e mandata lontano per il lavoro forzato. Coloro che si trovano al di fuori di queste strutture sono costantemente sorvegliati, discriminati e molestati dalle forze di occupazione cinesi, vivendo nella paura in quella che è essenzialmente una prigione a cielo aperto sotto sorveglianza ad alta tecnologia.
Come definisce tutto questo?
Nel 2021 il governo degli Stati Uniti, insieme ai Parlamenti di Canada, Regno Unito, Francia e diverse altre nazioni europee, ha riconosciuto questi crimini come genocidio. Nel 2022 le Nazioni Unite hanno concluso che potrebbero configurarsi come crimini contro l'umanità.
Sta dicendo che è in gioco la sopravvivenza del suo popolo?
La nostra cultura è più che a rischio; viene sistematicamente cancellata di proposito. Il nostro stesso futuro e la nostra stessa esistenza come popolo sono presi di mira per lo sterminio da parte dello Stato cinese. Dopo l'occupazione cinese del nostro Paese nel dicembre 1949, i cinesi costituivano meno del 5% della popolazione, la maggior parte dei quali soldati, il resto amministratori coloniali e le loro famiglie, mentre gli uighuri e gli altri popoli turchi rappresentavano oltre il 90%. Oggi i coloni cinesi sono saliti a oltre il 42%, mentre gli uighuri e gli altri popoli turchi autoctoni sono scesi a poco più del 55%. Questo è il caso più grave di sostituzione demografica degli ultimi cento anni.
Eppure il “dossier” uighuri sembra si sia inabissato. Perché la comunità internazionale tace? Pensa sia possibile rompere il muro del silenzio che avvolge il suo popolo, visto che la Cina sta diventando sempre più potente?
Il silenzio non è casuale: è comprato. La Cina usa il commercio, i prestiti e la Belt and Road Initiative per rendere i governi dipendenti da essa, e un governo che dipende dalla Cina non vota per condannarla. Pechino siede anche nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e persino nel comitato responsabile della decolonizzazione, quindi il criminale contribuisce a giudicare il crimine. Questo è il muro.
Qual è, allora, la posta in gioco?
La Cina sta usando il Turkestan orientale come trampolino di lancio per la sua espansione. Dalla nostra patria occupata costruisce la Belt and Road Initiative, attraverso la quale Pechino proietta il suo potere e la sua influenza in Asia, Africa e in Europa, Italia compresa. Sul nostro territorio testa le sue armi nucleari a Lop Nur, schiera i missili che punta contro altre nazioni e perfeziona lo stato di sorveglianza che ora esporta ad altri governi. Il Turkestan orientale non è una questione secondaria. È il fondamento su cui la Cina sta costruendo il suo potere globale.
Come governo in esilio, non riconosciuto dalla Cina, come vi state muovendo?
Nel luglio 2020, il governo in esilio del Turkestan orientale ha presentato una denuncia formale alla Corte penale internazionale chiedendo l'indagine e il perseguimento dei funzionari cinesi per genocidio e crimini contro l'umanità. Nel maggio 2026, il nostro governo ha presentato una petizione al Comitato speciale delle Nazioni Unite per la decolonizzazione affinché il Turkestan orientale venga riconosciuto come territorio non autonomo e affinché venga attuata la Dichiarazione delle Nazioni Unite sulla concessione dell'indipendenza ai Paesi e ai popoli coloniali. È la prima volta in oltre settant'anni che la nostra richiesta giunge all'attenzione di un organismo per la decolonizzazione. Non chiediamo solo compassione. Offriamo al mondo un percorso legale per agire.
Cosa si può fare per sensibilizzare l'opinione pubblica e migliorare le condizioni di vita degli uighuri?
A questo punto, l'unica cosa che può migliorare le condizioni di vita del popolo uighuro è la decolonizzazione e il ripristino dell'autodeterminazione e dell'indipendenza nazionale del Turkestan orientale. Settantasei anni di occupazione coloniale cinese e dodici anni di genocidio in corso ci hanno dimostrato una cosa senza ombra di dubbio: sotto il dominio cinese non possiamo godere dei diritti umani e non possiamo nemmeno salvaguardare la nostra esistenza come popolo. Condizioni migliori all'interno di una prigione restano pur sempre una prigione.
Lei la lasciato, orami da molti anni, la sua terra. Come convive con la nostalgia? Cosa le manca?
Mi manca tutto, compresa mia figlia, i parenti e gli amici che ho lasciato, con i quali non ho più avuto contatti dal 2017. Vengo da Maralbeshi, ai margini del Taklamakan, il secondo deserto sabbioso più grande del mondo, dove le dune incontrano le oasi verdi alimentate dal fiume Yarkand. Mi mancano la sabbia e la luce del deserto. Mi manca sedermi con gli amici a bere una tazza di dogh ghiacciato, la nostra bevanda a base di yogurt, nel caldo. Mi manca l'ospitalità, i mercati, il profumo della terra. Lì abbiamo antiche foreste di pioppi toghrak. Diciamo che il toghrak vive mille anni, rimane in piedi mille anni dopo essere morto e giace intatto mille anni dopo essere caduto. Abbiamo la volontà di resistere del toghrak, ma un albero non può sopravvivere se la foresta stessa viene distrutta, ed è quello che la Cina ci sta facendo.
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