«In un Venezuela riconciliato avranno spazio anche i chavisti»
di Estefano Tamburrini Caracas
Parla Ramón López, ex deputato, rientrato da otto anni di esilio per partecipare ai colloqui tra Washington e Caracas: «La riforma della giustizia è il primo passo, il voto verrà dopo»

«Verrò sicuramente criticato per quanto le dirò, ma dobbiamo imparare a vivere insieme. Il chavismo non sparirà: resterà ancora lì, perché rappresenta una parte del Paese. E noi (l'opposizione, ndr) dovremo saperlo affrontare alle urne, riconoscendone diritti, garanzie politiche ed eventuali vittorie: tutto ciò che l’avversario politico non ci ha mai riconosciuto in pratica». Parla in esclusiva ad Avvenire Ramón López, deputato presso l’Assemblea nazionale venezuelana eletta nel 2015 e rientrato da otto anni di esilio per prendere parte ai colloqui mediati dagli Stati Uniti con il governo di Caracas. La prima sessione si è conclusa il 12 agosto. «Dobbiamo creare istituzioni per tutto il Paese e non per una singola fazione politica - afferma López citando le transizioni avvenute in Cile, Spagna e Sudafrica -. Non si costruisce una nazione sulla vendetta né ripetendo i mali che per decenni abbiamo combattuto». Lo raggiungiamo al rientro dalla sua visita a La Guaira, zona colpita dal terremoto del 24 giugno.
López, che cosa l’ha colpita di più a La Guaira?
Che qualcuno sia sopravvissuto è già un miracolo: sarà intervenuto Dio, lo dico da credente. Sono crollati interi palazzi, un piano sopra l’altro. Mentre eravamo lì, i soccorritori tiravano fuori tre vittime dalle macerie. I punti di riferimento sono stati cancellati dalla mappa. Tra i vivi - chi in tenda, chi davanti alla vecchia casa - c’è chi aspetta ancora i propri familiari.
Non c’è stato solo il terremoto: l’intero Paese è in preda a una grave crisi. Che cosa dice alla popolazione?
Non molleremo finché non otterremo risultati importanti per il Paese. Nella prima settimana (dei colloqui con il governo, ndr) abbiamo raggiunto traguardi significativi sull’attenzione ai terremotati, la riforma della giustizia e il rilascio di 131 prigionieri politici. Da qui a dicembre ne saranno rilasciati altri. Anche dall’altra parte (nella delegazione governativa, ndr) c’è interesse a superare decenni di crisi e divisione.
Perché il negoziato si è concentrato sul sistema giudiziario e non ha puntato subito su nuove elezioni?
Non bastano le elezioni se dietro l’angolo c’è una Corte Suprema pronta a invalidarne il risultato, com’è già successo in passato. Il tema della giustizia riguarda inoltre la vita quotidiana dei cittadini, spesso vittime di persecuzione politica, e il recupero dell’economia, perché nessuno investe senza tutele giuridiche. Le future elezioni le convocherà il nuovo Consiglio nazionale elettorale.
Come verrà riformata la Corte Suprema?
Verranno nominati 32 nuovi magistrati su concorso pubblico (come non avveniva da decenni, ndr) e una commissione esaminatrice di 23 membri. Gli esiti saranno infine sottoposti a una commissione di verifica che veglierà sulla trasparenza del processo di selezione. Il tutto previa riforma della Corte Suprema.
Le 131 scarcerazioni: un segnale di riconciliazione?
Portano gioia e danno fiducia, ma ne mancano oltre duecento. Per noi quello dei prigionieri politici è un punto fermo e, come già detto al Dipartimento di Stato Usa, non vanno trattati come pedine di scambio.
Lei ringrazia gli Usa. Ma non la preoccupa la loro ingerenza?
Gli Stati Uniti rimarranno il tempo che sarà necessario. Io capisco la posizione di chi critica il blitz Usa del 3 gennaio (la cattura di Maduro, ndr) quale violazione del diritto internazionale. Ma il Venezuela era già invaso da forze straniere, tra cui Hezbollah, la guerriglia colombiana e le mafie internazionali che ci rendevano uno Stato canaglia. Senza tenere conto del contesto è impossibile capire come mai il popolo venezuelano fosse favorevole al blitz.
Ma cosa c'entra il popolo?
C’entra, perché il popolo ha lottato per 27 anni e persino il Movimento studentesco è stato disarticolato. Chi in passato trattava con il governo era in svantaggio perché affrontava un regime autoritario, che non rispettava gli accordi presi. Dopo l’intervento americano, la situazione è cambiata e ora chi governa deve ascoltare.
Però l’opposizione è divisa. E c’è chi attacca il Parlamento eletto nel 2015, dicendo che non siete legittimi...
Eppure, abbiamo preservato la ricchezza del Paese: grazie al nostro operato, Citgo (la raffineria estera più grande del Paese, con sede negli Usa, ndr) non è in mano ai creditori e l’oro custodito nella Banca d’Inghilterra è stato protetto dalla corruzione dello Stato. Noi, che abbiamo sofferto l’esilio sulla pelle, non potevamo sottrarci alla responsabilità storica di ricostruire le istituzioni.
Ora però li metterete a disposizione dello Stato...
Sì, in un atto di buona fede e seguendo meccanismi di audit e trasparenza. Saranno destinati alla ricostruzione delle abitazioni distrutte in cinque regioni del Paese, perché la gente esca dalle tendopoli, e al restauro delle scuole inagibili a ridosso della ripresa delle attività a settembre. Ogni fase della ricostruzione andrà monitorata.
Occorre un governo di unità nazionale, capace di recuperare l’economia senza abbandonare le classi meno abbienti. Il nostro dev’essere un Paese di mobilità sociale, dove possano starci tutti.
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