In Israele crescono il Pil e la precarietà
A fronte di un’economia che produce ricchezza grazie all’industria delle armi, la percezione è di impoverimento

Sul sito di The Times of Israel, quotidiano di ispirazione moderata, campeggiano due inserzioni pubblicitarie da noi – dove moda e automobili la fanno da padroni – impensabili: una reclamizza una batteria di droni, un’altra di missili a medio raggio. Il mondo alla rovescia? Quasi. Ma potremmo tranquillamente chiamarlo “il paradosso israeliano”.
E di paradosso – senza bisogno di scomodare Zenone – in effetti si tratta. Stiamo parlando dell’economia di Tel Aviv e della sua contraddittoria evoluzione. I numeri ci soccorrono. Cominciamo dal Pil: nel 2024 era cresciuto di un modesto 1%, ma l’anno scorso sfiorava già il 3,5%. Non a caso gli indicatori del Fondo monetario internazionale e della Banca d'Israele stimano una crescita complessiva del Pil compresa tra il 3,5 e il 3,8 per cento per l'intero 2026, ma esistono previsioni che parlano di una crescita fra il 4,8 e il 5%, quest’ultimo traguardo raggiungibile se si stabilizzerà la situazione bellica nel Golfo. Se confrontato con la stitica crescita europea e in parte anche americana, il dato è sorprendente. Non solo: anche l’inflazione sembra rientrare e attestarsi fra il 2,6 e il 3,2%, che fa il paio con la disoccupazione estremamente bassa, che si pone fra il 2 e il 3%. In buona sostanza, Israele cresce, la guerra non ha falcidiato i suoi fondamentali e un export molto forte vola sulle ali delle commesse militari.
Il Pil regge, il settore tecnologico continua a esportare innovazione e sicurezza informatica, l’industria militare accelera, gli investimenti strategici non si fermano. Eppure, dietro questa resilienza macroeconomica, cresce un disagio sociale sempre più visibile: consumi in contrazione, famiglie indebitate, costo della vita fuori controllo, sfiducia diffusa.
E qui risiede il “paradosso di Israele”: a fronte di un’economia che produce ricchezza, una parte crescente della popolazione percepisce impoverimento e precarietà.
Le spiegazioni non mancano. La strage del 7 ottobre ha certamente aggravato il fenomeno. Mentre da un lato la guerra ha alimentato la spesa pubblica, la produzione legata alla difesa e l’intero ecosistema tecnologico-militare che rappresenta uno dei motori della crescita israeliana, dall’altro la mobilitazione dei riservisti ha sottratto forza lavoro all’economia civile, il turismo si è quasi fermato, migliaia di piccole attività hanno subito perdite pesanti. Come ha osservato il Jerusalem Post, «in termini statistici, anche la sicurezza “fa Pil”».
Il problema è che il Pil non misura il clima emotivo di una società e soprattutto non distribuisce in modo omogeneo benessere. Da anni Israele convive con squilibri profondi: una delle economie più avanzate del Medio Oriente vanta anche uno dei costi della vita più alti dell’area, dove trionfa un settore high-tech integrato nei mercati globali accanto a salari che faticano a tenere il passo dell’inflazione. Risultato: città come Tel Aviv trasformate in hub finanziari e tecnologici ma sempre meno accessibili per la classe media. Fenomeno in parte già notato a Londra e in qualche misura anche a Milano: poli del benessere tecnologico e dell’avanzata spietata dell’intelligenza artificiale, dove cresce la mole mastodontica della tecnica senza che le fasce più deboli la possano contrastare. Si riaffaccia inevitabile il ricordo dei moloch del progresso nei film Metropolis, di Fritz Lang del 1927, e Tempi moderni di Charlie Chaplin del 1936, ma anche nello sconvolgente anatema di Téchne. Le radici della violenza del filosofo Emanuele Severino.
Tra i solidi dati del Pil e l'economia reale delle famiglie esiste una forte frattura: la classe media israeliana deve fare i conti con un costo della vita elevato, mutui onerosi e calo dei consumi che si confronta con una “startup nation”, ovvero una potenza tecnologica globale dove la crescita è assicurata dall’hi-tech, dalla difesa, dall’export tecnologico e dagli investimenti esteri. Ma nello stesso trimestre in cui il Pil cresceva e la Borsa festeggiava, i consumi privati scendevano del 5% e i consumi pro capite del 6,1%, mentre il rapporto debito/Pil scollinava oltre il 66%. È il lato buio del marciapiede. Che ci riconduce all’eterna domanda nell’intramontabile ballata di Louis Armstrong: Grab your coat and get your hat / Leave your worries on the doorstep /Just direct your feet /To the sunny side of the street .
Già, ma quanti delle classi meno avvantaggiate oggi sono in condizione di farsi trovare al momento giusto sul sunny side of the street, il lato soleggiato della strada?
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