Il vescovo di Beirut: «Noi, vittime di giochi di potere. Solo il Papa tiene al nostro bene»
di Giacomo Gambassi, Roma
Intervista a César Essayan, vicario apostolico del Libano: «Siamo ormai dentro a una voragine irreparabile. In tanti, qui, già vivono un inferno: questo conflitto ne creerà altri»

«Siamo di fronte a un una voragine irreparabile? No, ci siamo già dentro». Il vescovo César Essayan richiama le parole drammatiche di Leone XIV domenica scorsa all’Angelus. Ma se la scorsa settimana il Papa chiedeva di non giungere a un punto di non ritorno, il vicario apostolico di Beirut è già convinto che la soglia sia stata ormai superata. «Come è possibile adesso risanare qualcosa, dopo che l’intero Medio Oriente e la Penisola arabica sono in fiamme? In tanti, qui, già vivono un inferno: questa guerra ne creerà altri. Con morti, feriti, sfollati, distruzione. E poi rancori e vendette», aggiunge con voce accorata.

Le truppe israeliane sono penetrate nel sud del Libano. Sulla capitale, dove Essayan si trova, sono tornati a piovere i missili di Tel Aviv come risposta ai raid di Hezbollah, alleato dell’Iran, contro Israele. «Si rivive l’incubo di due anni fa: con i droni che volano continuamente sopra le nostre teste, con le bombe che si abbattono sui nostri quartieri, con le scuole che sono state chiuse», fa sapere il vescovo. Guerra contro il Libano che Israele aveva cominciato nel 2023 dopo gli attacchi del movimento sciita e che era stata congelata nel novembre 2024. «Ancora una volta sarà la gente, saranno interi popoli a pagare il prezzo più alto. “Effetti collaterali”, vengono chiamati. Sì, effetti collaterali di giochi di potere e progetti economici che sono l’unico motore anche di questo conflitto», avverte Essayan. Frate francescano conventuale, 63 anni, guida la “diocesi” di rito latino che abbraccia l’intero territorio del Libano. E ha accolto Leone XIV nel suo Paese quando l’ha visitato, dopo la tappa in Turchia, nel suo primo viaggio apostolico fra la fine di novembre e l’inizio di dicembre. «Il Papa è stato e resta un autentico artigiano di pace: non solo con i suoi appelli e i suoi gesti, ma anche con le sue azioni – afferma il vescovo –. Prima che arrivasse in Libano, ha fatto di tutto perché la nostra nazione potesse uscire dal tunnel dei combattimenti. Sono certo che anche adesso, sia in prima persona, sia con la segreteria di Stato, sia con la rete delle nunziature, stia lavorando silenziosamente per il bene dei nostri Paesi».
Eccellenza, la guerra è tornata in Libano. Se lo immaginava?
«Il Paese è stanco e sfibrato. Mentre stavamo attraversando una fase di quasi normalità, mentre le istituzioni si erano stabilizzate, mentre il nuovo governo stava affrontando il nodo delle armi nelle mani di Hezbollah, ci ritroviamo in mezzo a una folle guerra che non sappiamo dove ci condurrà. Ho sempre sostenuto che la tregua di un anno fa fosse fragile, eppure reggeva. E, dopo la visita del Papa, la pace sembrava più vicina. Invece tutto è crollato».
«Il Paese è stanco e sfibrato. Mentre stavamo attraversando una fase di quasi normalità, mentre le istituzioni si erano stabilizzate, mentre il nuovo governo stava affrontando il nodo delle armi nelle mani di Hezbollah, ci ritroviamo in mezzo a una folle guerra che non sappiamo dove ci condurrà. Ho sempre sostenuto che la tregua di un anno fa fosse fragile, eppure reggeva. E, dopo la visita del Papa, la pace sembrava più vicina. Invece tutto è crollato».

Di nuovo bombardamenti. E anche l’invasione di terra.
«Se nel precedente conflitto era possibile conoscere dove Israele avrebbe colpito perché ci avvertiva così da evacuare gli abitanti, adesso non abbiamo alcuna informazione: colpiscono, abbattono palazzi, uccidono civili e direi con maggiore violenza. Migliaia di sfollati stanno tornando a riempire Beirut, ma la situazione si prospetta di gran lunga peggiore rispetto a due anni fa».
«Se nel precedente conflitto era possibile conoscere dove Israele avrebbe colpito perché ci avvertiva così da evacuare gli abitanti, adesso non abbiamo alcuna informazione: colpiscono, abbattono palazzi, uccidono civili e direi con maggiore violenza. Migliaia di sfollati stanno tornando a riempire Beirut, ma la situazione si prospetta di gran lunga peggiore rispetto a due anni fa».
Perché il Libano è di nuovo nel mirino?
«Da tempo Israele ventila un’invasione terrestre. E sono convinto che la Santa Sede abbia contribuito a scongiurarla nei mesi scorsi. Ma ora è stato offerto il pretesto a Tel Aviv di aggredirci: e mi riferisco a Hezbollah. Infatti, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran e dopo l’uccisione della guida suprema Khamenei, Hezbollah aveva assicurato che non avrebbe reagito. Invece ha bombardato Israele e ci ha trascinato ancora una volta in una guerra che il Paese non vuole e che non è pronto ad affrontare: sia economicamente perché il popolo non è in grado di sopportare una crisi sociale, sia psicologicamente perché siamo ancora provati dall’altro conflitto. Allora mi domando: ma Hezbollah fa gli interessi di Israele?».
«Da tempo Israele ventila un’invasione terrestre. E sono convinto che la Santa Sede abbia contribuito a scongiurarla nei mesi scorsi. Ma ora è stato offerto il pretesto a Tel Aviv di aggredirci: e mi riferisco a Hezbollah. Infatti, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran e dopo l’uccisione della guida suprema Khamenei, Hezbollah aveva assicurato che non avrebbe reagito. Invece ha bombardato Israele e ci ha trascinato ancora una volta in una guerra che il Paese non vuole e che non è pronto ad affrontare: sia economicamente perché il popolo non è in grado di sopportare una crisi sociale, sia psicologicamente perché siamo ancora provati dall’altro conflitto. Allora mi domando: ma Hezbollah fa gli interessi di Israele?».

Israele e Usa hanno definito l’attacco all’Iran una guerra preventiva. Una giustificazione?
«Le tensioni erano evidenti da mesi. E la diplomazia non è stata in grado di partorire una soluzione che evitasse l’escalation. Ritengo che né Israele, né l’Iran l’abbiano mai cercata: entrambi prigionieri delle loro ideologie e convinti che fosse necessario alimentare i dissidi. Dopo l’attacco, l’Iran ha allargato la sua risposta militare ai Paesi del Golfo. E ha come lanciato una sorta di aut-aut: siete agenti al soldo degli Stati Uniti e di Israele o difendete il mondo musulmano? E ha voluto che tutti pagassero le conseguenze di un conflitto del quale non sappiamo la durata. Ma non è questo che mi sconcerta. A sorprendermi è la capacità dell’Iran di colpire con precisione le postazioni americane nel Golfo o la base anglo-americana a Cipro. Significa che tutto può accadere, anche azzardi fuori controllo».
«Le tensioni erano evidenti da mesi. E la diplomazia non è stata in grado di partorire una soluzione che evitasse l’escalation. Ritengo che né Israele, né l’Iran l’abbiano mai cercata: entrambi prigionieri delle loro ideologie e convinti che fosse necessario alimentare i dissidi. Dopo l’attacco, l’Iran ha allargato la sua risposta militare ai Paesi del Golfo. E ha come lanciato una sorta di aut-aut: siete agenti al soldo degli Stati Uniti e di Israele o difendete il mondo musulmano? E ha voluto che tutti pagassero le conseguenze di un conflitto del quale non sappiamo la durata. Ma non è questo che mi sconcerta. A sorprendermi è la capacità dell’Iran di colpire con precisione le postazioni americane nel Golfo o la base anglo-americana a Cipro. Significa che tutto può accadere, anche azzardi fuori controllo».
L’Iran ha definito il conflitto una «guerra all’islam». È davvero una guerra di religione?
«Assolutamente no. O meglio, ogni volta che la religione viene usata per fini politici, allora sì che c’è una guerra di religione. Questa, invece, è unicamente una guerra di interessi. Quindi basta usare la fede per scopi personali o di potere, per puntellare una dittatura, per assoggettare i popoli».
«Assolutamente no. O meglio, ogni volta che la religione viene usata per fini politici, allora sì che c’è una guerra di religione. Questa, invece, è unicamente una guerra di interessi. Quindi basta usare la fede per scopi personali o di potere, per puntellare una dittatura, per assoggettare i popoli».

Chi vuole un Medio Oriente instabile?
«Israele e Stati Uniti fanno insieme i loro reciproci interessi. Per loro è bene che i Paesi siano divisi o scossi: così si possono approfittare delle loro ricchezze e dei loro territori. Pensiamo soltanto ai giacimenti di petrolio e gas fra il litorale libanese, la Striscia di Gaza o la Siria. Non è un caso che la Santa Sede abbia deciso saggiamente di non partecipare al “Board of peace”, organismo voluto non per favorire la pace ma per portare avanti le istanze di Stati Uniti e Israele che all’interno del “Board” dettano legge. Mi sembra di assistere ad azioni predatorie per impoverire sempre più certe zone del mondo ricorrendo a decisioni prese a livello internazionale che intendono controllare le ricchezze del pianeta».
«Israele e Stati Uniti fanno insieme i loro reciproci interessi. Per loro è bene che i Paesi siano divisi o scossi: così si possono approfittare delle loro ricchezze e dei loro territori. Pensiamo soltanto ai giacimenti di petrolio e gas fra il litorale libanese, la Striscia di Gaza o la Siria. Non è un caso che la Santa Sede abbia deciso saggiamente di non partecipare al “Board of peace”, organismo voluto non per favorire la pace ma per portare avanti le istanze di Stati Uniti e Israele che all’interno del “Board” dettano legge. Mi sembra di assistere ad azioni predatorie per impoverire sempre più certe zone del mondo ricorrendo a decisioni prese a livello internazionale che intendono controllare le ricchezze del pianeta».
Durante la visita in Libano il Papa ha chiesto alle religioni di incontrarsi come segno di pace nel mondo. È possibile?
«Sicuramente. Lo testimonia il Libano che resta un Paese “messaggio”, ossia testimonia che la convivenza fra fedi differenti è una realtà ed è fattore di armonia civile. Certo, va ascoltata la voce della ragione e della coscienza, non quella degli interessi. Attraversiamo un periodo in cui il mondo non sa che cosa nasconda il domani. Siamo nel tempo dell’incertezza, dell’ingiustizia, dell’abuso. Tornare insieme a Dio vuol dire salvare l’umanità».
«Sicuramente. Lo testimonia il Libano che resta un Paese “messaggio”, ossia testimonia che la convivenza fra fedi differenti è una realtà ed è fattore di armonia civile. Certo, va ascoltata la voce della ragione e della coscienza, non quella degli interessi. Attraversiamo un periodo in cui il mondo non sa che cosa nasconda il domani. Siamo nel tempo dell’incertezza, dell’ingiustizia, dell’abuso. Tornare insieme a Dio vuol dire salvare l’umanità».
Teme che questa guerra possa avere effetti sui cristiani della regione?
«In tutta sincerità, non ho paura per i cristiani. Ho paura di quelli che si dicono cristiani ma non fanno la scelta del Vangelo. Ciò che salva i cristiani è la sequela di Cristo».
«In tutta sincerità, non ho paura per i cristiani. Ho paura di quelli che si dicono cristiani ma non fanno la scelta del Vangelo. Ciò che salva i cristiani è la sequela di Cristo».

Dal Libano il Papa ha invitato ad ascoltare il grido dei popoli. Che cosa gridano i popoli del Medio Oriente?
«Gridano che sono stufi, che non sono una merce. La vita non può essere lasciata in balìa di strategie imperialiste o di mire espansionistiche. E anche la pace è la domanda inascoltata della nostra gente».
«Gridano che sono stufi, che non sono una merce. La vita non può essere lasciata in balìa di strategie imperialiste o di mire espansionistiche. E anche la pace è la domanda inascoltata della nostra gente».
Il Papa ha denunciato la corsa alle armi e il pericolo nucleare. Vale anche nell’attuale guerra?
«Sì. Com’è accaduto anche in Ucraina e Russia, si svuotano gli arsenali combattendo con le armi più obsolete. Poi si acquistano nuove armi e se ne progettano di più sofisticate: il tutto con vantaggi enormi per l’industria bellica. Alla fine, intorno a qualche tavolo, i potenti di turno stabiliscono a chi toccherà questo o quel territorio, disinteressandosi dei popoli».
«Sì. Com’è accaduto anche in Ucraina e Russia, si svuotano gli arsenali combattendo con le armi più obsolete. Poi si acquistano nuove armi e se ne progettano di più sofisticate: il tutto con vantaggi enormi per l’industria bellica. Alla fine, intorno a qualche tavolo, i potenti di turno stabiliscono a chi toccherà questo o quel territorio, disinteressandosi dei popoli».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






