New York scopre Raffaello davanti al vuoto

di Veruska Picchiarelli
Il Metropolitan Museum ha allestito la più grande mostra dedicata oltreoceano al “divin pittore”. Nei disegni si interroga davanti allo spazio bianco da governare con la forma
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June 15, 2026
New York scopre Raffaello davanti al vuoto
Raffaello, “Ritratto di un ragazzino (presumibilmente un autoritratto)”, 1500 circa, The Ashmolean Museum, Oxford.
C’è un punto esatto, nel percorso di "Raphael: Sublime Poetry", la mostra a cura di Carmen Bambach che il Metropolitan Museum di New York dedica fino al 28 giugno a Raffaello di Giovanni Santi da Urbino, in cui si prende coscienza di cosa significhi realmente essere sopraffatti dalla bellezza.
È a circa metà di un percorso di visita articolato in ampie gallerie con un allestimento concepito davvero al servizio del progetto scientifico e in funzione della sua chiarezza, senza mancare però di coups de théâtre. Nella prima galleria si susseguono a ritmo vertiginoso tutti gli stimoli che nutrirono la mente vorace di questo genio assoluto (e non si tratta certo di un’iperbole): da Urbino, rappresentata nella sua effervescenza di corte ducale e capitale culturale dalle opere del padre Giovanni Santi, ci spostiamo in Umbria, per scoprire l’impatto decisivo esercitato sul “giovane favoloso” da Pietro Perugino, in termini di sintassi formale e organizzazione della bottega e del lavoro, tramite il ruolo centrale del disegno nelle sue varie declinazioni. A Città di Castello, a poco più di quindici anni, Raffaello riceve la prima commissione e a diciassette è già definito magister. Con lo stendardo eseguito qui per la confraternita della Trinità si apre una sequenza vertiginosa di capolavori, in dialogo con i disegni che hanno segnato in un lavorio indefesso e critico ogni passaggio della loro genesi: schizzi in cui l’idea compositiva è appena accennata, bozzetti più dettagliati, cartoni definiti nei minimi particolari. Ammiriamo così fino all’opera compiuta il processo di creazione della pala Colonna, integralmente ricostruita, della pala Oddi, testimoniata dalla straordinaria predella, mentre tutt’intorno prove di Leonardo, Verrocchio o Signorelli ci aiutano a capire come ogni stimolo che gravitasse nel campo d’azione del pittore fosse vagliato e riassorbito in una visione già perfettamente strutturata, anche in età precocissima.
Seguendo il tracciato cronologico, arriviamo a una seconda galleria, sviluppata nel settore centrale in due anse. Ed è qui che la gola si chiude. Nella prima siamo circondati di sguardi: quello seducente e algido di Bindo Altoviti, quello limpido e meravigliosamente autoconsapevole di Baldassarre Castiglione, che racchiude in sé i valori più alti dell’Umanesimo. Quello compito e pudico della Dama col liocorno, che si imbatte in chiasmo in quello sensualissimo e ardente della Fornarina. E il mondo di Raffaello ci travolge, attraverso gli occhi, le bocche, le mani delle persone che lo avevano abitato e animato e che ce lo fanno sentire così vicino da percepirne il vibrare.
La “sublime poesia” del pittore, evocata dal titolo, rapisce ancora nell’ansa successiva, dove la sua grazia ineffabile infonde un alito di vita alla Madonna Alba, alla Piccola e alla Grande Madonna Cowper, alla Madonna Esterházy. Fanciulle eternamente giovani e bellissime, che abbracciano, vezzeggiano, proteggono Bambini eternamente gioiosi, eternamente teneri, eternamente vivi.
E poi i trionfi della maturità, se è questo il termine più calzante per un ragazzo che, quando arriva ai prestigiosi incarichi romani, ha solo venticinque anni: le Stanze Vaticane, rievocate da una sala immersiva, gli arazzi della Cappella Sistina, i progetti architettonici, le pale d’altare, presenti anche attraverso i precedenti grafici come lo stupefacente foglio dell’Ashmolean Museum di Oxford con lo studio di due Apostoli per la Trasfigurazione. Il ruolo dei tanti collaboratori ai cantieri più monumentali, a iniziare dalle Logge Vaticane, è delineato con acutezza, senza mai perdere di vista che Raffaello e la sua bottega sono un’entità unica, grazie a un metodo operativo di lucidità implacabile, che forgia gli aiuti e imprime il marchio a fuoco del maestro ad ogni loro contributo.
C’è tanta “Italia”, in questa mostra, che non sarebbe stata possibile senza la collaborazione non solo dei principali musei del nostro paese – gli Uffizi, i Musei Vaticani, la Galleria Borghese, la Galleria Nazionale dell’Umbria, il Museo e Real Bosco di Capodimonte, la Pinacoteca Nazionale di Bologna e molti altri ancora –, ma anche degli uffici centrali del Ministero della Cultura, grazie al diretto coinvolgimento della Direzione Generale Musei nelle delicate procedure di prestito.
Carmen Bambach, che al Metropolitan cura il Dipartimento dei Disegni e delle Stampe, ha il merito di non aver trascurato nulla in questa impresa e di aver disposto ciascuna delle 234 opere del percorso con il fine di far emergere la dote suprema del “Divino”, che si riassume nell’antica categoria critica della facilitas, discesa a sua volta dal concetto di “sprezzatura”, teorizzato non a caso da Baldassarre Castiglione. La facilitas è la capacità dell’artista di far sembrare semplice ciò che non lo è affatto. Di eseguire opere di straordinaria complessità tecnica, anatomica e compositiva facendole apparire naturali, fluide e prive di sforzo. Dissimulando abilmente, dunque, il grande impegno di ideazione e progettazione che ne è alla base. Ripercorrere questo iter attraverso il disegno, come è possibile in mostra, dischiude un mondo sui problemi che Raffaello si è posto di fronte al vuoto dello spazio da dipingere e sulle soluzioni che è stato in grado di inventare, a volte repentinamente, a volte a prezzo di un cammino lento, costellato di indecisioni e ripensamenti.
La completezza di Raphael: Sublime Poetry e del suo poderoso catalogo si deve molto, senza dubbio, alle straordinarie possibilità del Metropolitan Museum in termini di spazi, mezzi materiali e risorse umane. La “potenza di fuoco”, tuttavia, non è di per sé sufficiente a garantire la qualità di un progetto. I fattori decisivi sono stati aggiunti dalla passione, dalla conoscenza formidabile e dalla dedizione della curatrice, che si percepiscono dietro ad ogni scelta.
Tra i capolavori ora esposti a New York, ce n’è uno in particolare a cui la mente torna. È il disegno a carboncino di un volto adolescente, che, guardandoci con sicurezza, apre il percorso espositivo: un foglio dell’Ashmolean Museum, da riconoscere certamente come un precoce autoritratto del protagonista del racconto. Il fanciullo ha gli occhi luminosi e l’aria serena. Sembra felice, e di certo lo è stato, facendo tesoro negli anni della sua bravura, della sua bellezza, della sua cultura, della sua amabilità. Tanto perfetto, il “divino Raffaello”, da correre il rischio di “allontanare”. Ma così meravigliosamente umano da sventare questo pericolo, grazie al calore pulsante di un animo assetato di vita, racchiuso come per magia in ogni molecola dei suoi colori. La madre, d’altronde, si chiamava Màgia: non resta che spostare un accento, per leggere il destino in un nome.

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