Messi, Ronaldo e gli altri: viaggio nel Mondiale dei quarantenni

Una generazione di fuoriclasse dimostra che oggi l’età può essere solo un numero. Ma dietro la longevità ci sono anche forti motivazioni: proviamo a raccontarvele
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June 14, 2026
Messi, Ronaldo e gli altri: viaggio nel Mondiale dei quarantenni
Il campione portoghese Cristiano Ronaldo, 41 anni, pronto al suo sesto mondiale/Ansa/ Afp
C’è un’immagine romantica, quasi crepuscolare, che sta accompagnando l’inizio di questo Mondiale. È la silhouette di una generazione che si rifiuta di abbandonare il palcoscenico, una pattuglia di “grandi vecchi” che sfida le leggi biologiche della gravità e dell’usura. Un tempo, a 33 o 34 anni, un calciatore professionista veniva accompagnato gentilmente alla porta, confinato a un ruolo di chioccia nello spogliatoio o spinto verso campionati esotici e meno esigenti per monetizzare gli ultimi scampoli di talento. Oggi scopriamo che la rassegna iridata mette in mostra un piccolo esercito di quasi quarantenni – o quarantenni fatti e finiti – ancora decisamente centrali nei destini delle proprie nazionali. Non è una novità assoluta, ma è la prima volta che questo fenomeno assume una dimensione collettiva e strutturale, trasformandosi da eccezione nostalgica a manifesto scientifico ed esistenziale.
I nomi di punta sono, inevitabilmente, i due monarchi che hanno colonizzato e diviso gli ultimi vent’anni di questo sport. Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Eccoli qui, per l’ultimo ballo, su sponde diverse dell’oceano e della carriera. Messi con la sua Argentina ci arriva con la serenità di chi ha già saldato ogni debito con la storia, muovendosi in campo non più con la foga del predatore, ma con l’economia spirituale del saggio: cammina per lunghi tratti della partita, quasi estraniandosi, in attesa del secondo esatto in cui squarciare lo spazio con un passaggio impossibile o un’intuizione geometrica. Il contesto fa comunque la sua parte: non c’è neppure bisogno di elencare nel dettaglio quanto sia diversa e particolare l’America di questo Mondiale in cui sta sbarcando di nuovo il pallone, l’America che ha alzato una rete intorno a questo evento, disposta a usarlo e brandirlo, molto meno a condividerlo. L’America dove oggi Messi è un progetto integrato nella MLS, il danaroso campionato professionistico locale, e non il colono anni Settanta che ci sbarcò come fecero Beckenbauer, Pelé e Chinaglia.
Dall’altra parte, Cristiano Ronaldo incarna la lotta titanica, muscolare e quasi ossessiva contro il declino. La sua presenza nel Portogallo sul rettangolo verde è una sfida frontale all’anagrafe, il rifiuto sdegnato dell’oblio nutrito di una disciplina feroce, dove ogni allenamento e ogni gol diventano tasselli per un’immortalità statistica che nessuno potrà mai contestargli, a caccia (nel suo sesto Mondiale), dell’unico trofeo che ancora gli manca. Anche in Qatar si diceva e pensava che sarebbe stato l’atto finale della sua carriera. Invece si è messo a dare la caccia al millesimo gol, primo calciatore di sempre in grado di segnarli e di documentarli tutti, uno per uno.
Ma ridurre il fenomeno ai due storici rivali sarebbe un errore di prospettiva. Accanto a loro c’è una generazione di senatori della resistenza – soprattutto portieri e direttori di gioco d’esperienza – che dimostra come il calcio d’élite sia diventato un territorio per fuoriclasse attempati capaci di governare le partite più con la testa e il senso della posizione che con la forza bruta dei polmoni. Da Modric a Dzeko, Neuer, Gordon, Ochoa, Vozinha: per capire l’assurdità del dato, nei precedenti 22 Mondiali della storia, i quarantenni erano stati in tutto appena sette. E 7 sono oggi, in un’unica edizione però.
Questo prolungamento dell’età dell’oro non è un miracolo spontaneo, ma il trionfo della scienza applicata al corpo umano. Se l’orizzonte della carriera si è spostato in avanti di quasi un decennio, il merito va diviso tra la rivoluzione della medicina dello sport, l’ingegneria alimentare e la tecnologia del recupero.
Il corpo del calciatore contemporaneo è una macchina biologica costantemente monitorata da algoritmi: i carichi di lavoro vengono personalizzati al milligrammo attraverso i dati GPS, i biomarcatori ematici indicano il livello esatto di infiammazione muscolare prima che si trasformi in infortunio, le diete personalizzate eliminano gli zuccheri complessi a favore di un’alimentazione tesa alla longevità cellulare. Le camere iperbariche domestiche, la crioterapia a meno cento gradi e lo studio scientifico del sonno hanno sostituito il vecchio binomio “ghiaccio e massaggio” del secolo scorso. Si è passati dal culto della prestazione estemporanea alla gestione scientifica dell’efficienza nel tempo.
Eppure, dietro questa perfezione cibernetica, c’è una sfumatura più profonda che sfugge ai computer ed entra dritta nella sfera dell’antropologia e dell’etica. Cosa muove davvero un quarantenne che ha già vinto tutto, guadagnato cifre iperboliche e scritto il proprio nome nelle enciclopedie, a sottoporsi ancora alle torture del ritiro, alla pressione mediatica e alla paura del fallimento pubblico davanti a miliardi di spettatori? La risposta abita nella qualità della motivazione. Certamente c’è la paura del “giorno dopo”, del vuoto pneumatico che si spalanca quando si smette di essere dèi del rettangolo verde per tornare a essere normali cittadini. Ma c’è anche un amore purissimo, quasi infantile, per il gioco, la consapevolezza che da nessuna altra parte si potrà rintracciare quell’adrenalina che solo lo stadio pieno sa distillare.
Per questi atleti, questo Mondiale non è solo la caccia a un trofeo, ma una liturgia di congedo. Giocano per noi, certo, ma giocano soprattutto per convincere se stessi che il tempo si può arginare, che la giovinezza dello spirito può ancora imporsi sulla rigidità delle articolazioni. Guardarli correre, tra ragazzi che potrebbero essere loro figli, ci regala una strana forma di consolazione. Ci dice che la vecchiaia, nello sport come nella vita, non è necessariamente una resa o una perdita di rilevanza, ma può diventare una stagione di suprema eleganza, dove la carenza di velocità viene compensata dalla geometrica perfezione del pensiero.
Godiamoci allora ogni singola giocata di questi immortali. Perché quando l’arbitro fischierà la fine dell’ultima partita, non si chiuderà solo un torneo, ma calerà il sipario su un’intera epoca. E quel giorno, improvvisamente, saremo noi a sentirci tutti un po’ più vecchi.

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