Il presidente dello Yad Vashem: «L'antisemitismo è una sfida decisiva»

Dani Dayan è stato ricevuto in Udienza privata da papa Leone. «I testimoni diretti stanno scomparendo. Il nostro lavoro è più difficile. E più necessario». L'Iran? «Oggi il loro piano è evidente. Israele non ha avuto scelta»
March 25, 2026
Il presidente dello Yad Vashem: «L'antisemitismo è una sfida decisiva»
La Sala dei Nomi allo Yad Vashem, l'Istituzione nazionale per la Memoria della Shoah a Gerusalemme /Fotogramma
Dani Dayan è il presidente di Yad Vashem, l’Istituzione israeliana per la memoria dell’Olocausto, fondata nel 1953 con legge della Knesset, che ha sede a Gerusalemme. Lunedì mattina è stato ricevuto in Udienza privata da papa Leone.
Quali sono gli elementi più significativi che lei ritiene siano emersi dal vostro dialogo?
È stata un’Udienza privata molto interessante ed emozionante. Con papa Leone abbiamo riflettuto sul fatto che ci troviamo in un momento cruciale, all’intersezione di due dinamiche decisive. Da una parte abbiamo il privilegio di ascoltare i sopravvissuti dell’Olocausto, il cui numero purtroppo sta diminuendo rapidamente. Dall’altra parte, stiamo assistendo alla crescita preoccupante dell’antisemitismo. La combinazione di questi due aspetti pone una vera sfida per tutte le persone che sentono responsabilità per il futuro dell’umanità. È stato questo il tema principale di cui abbiamo parlato. Ho colto con chiarezza la forte preoccupazione di Leone per questa nuova ondata di antisemitismo.
Yad Vashem è la più importante istituzione nella trasmissione della memoria della Shoah. Come sta cambiando il vostro lavoro in un contesto in cui, come si diceva, i testimoni diretti stanno scomparendo?
Testimoniare senza la voce diretta dei sopravvissuti rende il nostro lavoro molto più difficile ma anche molto più necessario. Il rischio, se non ci attrezziamo, è di lasciare spazio ai negazionisti e ai mistificatori dell’Olocausto. Ascoltare un sopravvissuto è come stare su un ponte: da una parte il presente, dall’altra Auschwitz. Quando non sarà più possibile attraversare questo ponte, dovremo trovare strumenti nuovi, innovativi e originali.
Come pensate di ingaggiare le nuove generazioni? La tecnologia sarà uno strumento?
Non solo la tecnologia. Puntiamo su approcci più coinvolgenti e immersivi. Abbiamo aperto un teatro in cui rappresentiamo eventi basati su storie e personaggi della Shoah. Sviluppiamo esperienze visive e interattive, capaci di trasmettere non solo informazioni ma anche emozioni. Abbiamo trasformato le aule tradizionali in spazi di elaborazione, ambienti interattivi ed esperienziali. Parallelamente, stiamo lavorando per rendere questo progetto sempre più internazionale. Il prossimo passo sarà l’apertura del primo centro di formazione di Yad Vashem fuori da Israele, in Germania.
Paese che lei, da giovane, aveva deciso di non visitare.
È paradossale: non ho mai voluto visitare la Germania prima di diventare presidente di Yad Vashem per lo stesso motivo per cui ho deciso di andarci dopo: la memoria.
Lei ha difeso con forza la centralità della definizione dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance) nella lotta all’antisemitismo. In alcuni contesti, però, si segnala il rischio che venga applicata anche a critiche legittime a Israele.
Sono stato presidente dell’Ihra nel 2025 e questa settimana sono arrivato a Roma da Buenos Aires, dove ho trasferito la presidenza dell’organizzazione all’Argentina. Chiunque sostenga che la definizione dell’Ihra inibisce la libertà di parola o di critica nei confronti di Israele semplicemente non dice la verità. La definizione è molto esplicita sulla legittimità di criticare Israele e le politiche del suo governo. E va detto che nessuno è più critico nei confronti di Israele degli stessi israeliani. Altra cosa sono la demonizzazione di Israele; l’applicazione di un doppio standard per Israele o per gli ebrei; l’uso della terminologia nazista per offendere il popolo ebraico; e, voglio sottolinearlo, la negazione del diritto degli ebrei all’autodeterminazione, il che corrisponde a una volontà di cancellazione dello Stato di Israele.
Alcuni osservatori parlano di un “nuovo” antisemitismo, quello dovuto alla reazione israeliana a Gaza dopo il massacro del 7 ottobre.
Respingo con fermezza queste ipotesi su un “nuovo” antisemitismo. L’antisemitismo è un continuum, una metastasi che si è diffusa nei millenni in differenti forme: antisemitismo religioso, economico, razziale, politico, ma è sempre esattamente la stessa cosa. La riprova più evidente è che l’antisemitismo è l’unico comune denominatore che mette d’accordo gli estremisti di opposte fazioni: si detestano reciprocamente ma convergono nell’odio contro gli ebrei.
Rappresentanti del regime iraniano hanno utilizzato la negazione o la distorsione dell’Olocausto come strumento politico e ideologico, sostenendo posizioni che hanno configurato una delle forme più aberranti di antisemitismo. Come legge tutto questo alla luce di quanto sta accadendo oggi?
È, appunto, un’ulteriore prova del fatto che non si tratta tanto di quanto Israele fa o non fa, ma di odio verso gli ebrei in quanto tali. Nel momento in cui si invoca la distruzione di Israele, si supera una linea rossa fondamentale. Vorrei aggiungere un punto: c’è chi sostiene che la guerra in corso contro l’Iran sia stata “scelta” da Israele. Ebbene, niente è più lontano dalla realtà: Israele non aveva scelta. Per anni ho pensato che le dichiarazioni del regime iraniano sulla distruzione dello Stato ebraico fossero soprattutto uno strumento di pressione e provocazione; col tempo è apparso chiaro che si trattava di un disegno operativo molto preciso. Oggi è evidente ciò che Teheran stava costruendo, attraverso i suoi proxy nella regione, dal 7 ottobre alla dimensione nucleare. In questo contesto, l’azione preventiva è stata ritenuta necessaria. E considero significativo il fatto che gli Stati Uniti abbiano agito insieme a Israele. Non posso evitare di chiedermi come sarebbe cambiata la storia se nel 1939 i leader mondiali avessero avuto il coraggio e la lungimiranza di fermare Hitler prima che fosse lui ad attaccare. Forse l’Olocausto non ci sarebbe stato e le città europee non sarebbero state devastate dalla guerra. E oggi non esisterebbe Yad Vashem. Invece deve esistere. C’è. E custodisce, e trasmette, la memoria di sei milioni di ebrei sterminati nella Shoah.
Dani Dayan, presidente dello Yad Vashem
Dani Dayan, presidente dello Yad Vashem

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