Il ponte bombardato, il nunzio bloccato dopo la Messa: la nostra domenica in Libano

di Lucia Capuzzi, inviata a Tiro (Libano)
Siamo andati con il convoglio del vescovo Borgia a far visita agli sfollati ospitati nei quartieri cristiani "esentati" dall'ordine di evacuazione. Poi, gli attacchi dei jet israeliani hanno chiuso la via del ritorno
March 23, 2026
Il ponte bombardato, il nunzio bloccato dopo la Messa: la nostra domenica in Libano
Il nunzio durante la visita domenicale alle comunità / Lucia Capuzzi
«Questa è la guerra. E a subirne le maggiori conseguenze sono coloro che non l’hanno voluta. Guardi i volti dei bambini, delle donne, degli uomini: sono pieni di terrore. Questa è la guerra». Il vescovo Paolo Borgia, nunzio apostolico in Libano, non si scompone mentre il rombo degli aerei israeliani satura l’aria. Il tempo rallenta fino al fragore dell’esplosione. I jet militari continuano a sorvolare a bassa quota, gli scoppi si susseguono. Dalla collina di Cadmus, appena fuori Tiro, si vede il fumo dall’ansa più vicina del fiume Litani. Una nuvola grigia di polvere, macerie e fuoco è tutto quel che resta di Qasmiyeh, il ponte sull’ansa più prossima del Litani. Uno snodo cruciale che collega Beirut all’antico porto fenico e all’intero sud del Libano. Appena qualche ora prima, il nunzio, scortato dall’esercito libanese e dai caschi blu di Unifil – tra cui gli italiani della Brigata Sassari - l’aveva attraversato per far visita alla città nel mirino.
La settimana scorsa, Tel Aviv aveva intimato l’evacuazione dei suoi oltre centomila abitanti e dell’aria circostante fino al fiume Zahrani. Solo i due quartieri cristiani, nel centro storico, non sono ricompresi nell’ordine. Là, dunque, si sono rifugiati tanti musulmani, in gran parte sciiti, dalle zone minacciate e dai villaggi intorno. E sono stati accolti. Nelle case dei fedeli, nei conventi e nelle strutture religiose. A ciascuno e a tutti – ospiti e ospitati – il nunzio Borgia ha voluto far sentire la vicinanza sua, di papa Leone – a cui il Paese è rimasto nel cuore dopo il recente viaggio – e della Chiesa intera. Non con le parole. Bensì con la scelta di andare a trovare i cittadini di Tiro. I cristiani di diversi riti e confessioni, dall’inizio della guerra, la domenica partecipano insieme alla Messa celebrata dal vescovo greco-cattolico Georges Iskander. Una decisione dettata dall’esigenza di ridurre al minimo gli assembramenti. Ma anche un segno di unità – confermato dalla presenza del pastore maronita Charbel Yusef Abdallah - di fronte alle lacerazioni inflitte sulla pelle della nazione dal conflitto.
Il rappresentante della Santa Sede, però – sempre accompagnato dall’amico sheikh Rabih Qabaisi - dopo una tappa nel convento francescano a pochi passi dalla cattedrale melchita di San Tommaso, si è recato anche nei due più noti luoghi di culto islamici Tiro: la “Vecchia moschea”, come è comunemente chiamata, sunnita e poi quella sciita di Sharaf al-Din, dove si è riunito con i leader religiosi della comunità. Il saluto conclusivo alle cinquanta famiglie profughe alloggiate nella scuola maronita di Cadmus si è prolungato alcune ore più del previsto a causa del bombardamento su Qasmiyeh, da cui il convoglio avrebbe dovuto passare sulla via del ritorno. Sfollati, visitatori, scorta restano bloccati nella struttura mentre i raid intorno martellano il sud del Libano. «Almeno per qualche ora abbiamo vissuto una giornata normale di festa», dice il nunzio. Mentre l’attesa si protrae ne approfitta per chiacchierare con le persone, i racconti quotidiani con qualche battuta. Un modo per prolungare quella “normalità” che l’assurdità della guerra cerca di uccidere. Solo dopo avere individuato una via alternativa, l’Unifil fa rimettere in marcia la carovana. «Pace, pace, pace. È questa l’urgenza principale per il Libano e per il Medio Oriente», è l’appello lanciato dal diplomatico vaticano prima del congedo.
Purtroppo lo scontro sul fronte libanese sembra acuirsi. Il ministro israeliano Israel Katz ha ordinato di intensificare la distruzione di infrastrutture strategiche tra il Litani e lo Zahrani, distante una quarantina di chilometri dal confine. Nei villaggi lungo quest’ultimo, inoltre, l’esercito accelera la distruzione di case, “utilizzate come nascondiglio dai terroristi”, ha detto. Il riferimento di Katz al “modello Gaza” alimenta nei libanesi il timore di una nuova occupazione della fascia meridionale per creare una sorta di fascia-cuscinetto. «Attacchi come quello di Qasmiyeh costituiscono una palese violazione della nostra sovranità», ha tuonato il presidente di Beirut, Michel Aoun. Nonché – ha aggiunto – «una punizione collettiva nei confronti dei civili» per cui i ponti rappresentano vie di fuga o canali di approvvigionamento indispensabili. «La comunità internazionale agisca con responsabilità – ha concluso - e faccia mettere fine all’aggressione».
 
 
 
 

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