Il piccolo Ahmed, palestinese, potrà curare il tumore in Israele
di Alan Arrigoni
Al bambino di 5 anni, che vive a Ramallah, era stato impedito di sottoporsi a terapie salvavita a Tel Aviv. La Corte suprema ha ribaltato la sentenza precedente, ma senza mettere in discussione i divieti d'ingresso di Netanyahu. Quale sorte per gli altri malati oncologici?

Una speranza per Ahmed (nome di fantasia, ndr), il bimbo di cinque anni rimasto per mesi senza la possibilità di ricevere cure salvavita per una forma aggressiva di tumore. Da oggi potrà sottoporsi a terapie adeguate in Israele. I giudici della Corte suprema israeliana hanno ribaltato la sentenza di febbraio del Tribunale distrettuale di Gerusalemme che impediva al piccolo di trasferirsi nel Paese. Un divieto legato al suo indirizzo di residenza: nonostante Ahmed viva con la famiglia dal 2022 a Ramallah, in Cisgiordania, risultava ancora risiedere nella Striscia di Gaza. Poco importava che le cure necessarie non fossero disponibili né a Gaza né in Cisgiordania, secondo il giudice Ram Winograd l’ingresso andava impedito per «ragioni di sicurezza».
Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, il confine israeliano è stato blindato «per impedire l’infiltrazione di terroristi». Ma la scelta del governo di Benjamin Netanyahu è ricaduta anche su quattromila minori bisognosi di cure oncologiche urgenti e su settemila adulti nelle stesse condizioni. Come ribadito a gennaio scorso dal ministro della Difesa Israel Katz, nessuna possibilità di entrare nel Paese nemmeno per cure mediche. Anche il giudice del Tribunale di Gerusalemme Winograd non ha voluto sentire ragioni: per evitare «differenze indebite» di trattamento rispetto agli altri pazienti aveva rifiutato la richiesta della mamma di Ahmed di portare il figlio all’ospedale Tel Hashomer di Tel Aviv.
La Corte suprema ha invece considerato il caso del piccolo un’eccezione per l’impossibilità di curarsi altrove. Ma i giudici hanno voluto specificare, allo stesso tempo, che la loro decisione non rappresenta un precedente legale destinato a rovesciare i diktat sul divieto d’ingresso per cure mediche, comprese quelle oncologiche, ai palestinesi.
Determinante per la scelta su Ahmed è stato il ricorso presentato alla Corte dall’associazione israeliana per i diritti umani Gisha. L’organizzazione ha accolto con favore la sentenza della Corte sottolineando però, come riporta Haaretz, che «non si può ignorare il fatto che, per oltre sei mesi, lo Stato di Israele sia riuscito a impedire che un bambino malato ricevesse cure mediche salvavita, costringendolo a intraprendere un procedimento legale dinanzi ai tribunali israeliani».
Ahmed potrà curarsi, ma gli altri? Il 30 marzo la stessa Corte suprema ha rifiutato di esaminare un’altra petizione sul trasferimento di malati e feriti da Gaza verso la Cisgiordania e Gerusalemme Est, rinviando la discussione al post-guerra con l'Iran. Gisha ha lanciato l’allarme rispetto alle sorti di tutti gli altri pazienti oncologici che non hanno accesso agli ospedali israeliani: «La politica indiscriminata e scandalosa di Israele continua a danneggiare pazienti innocenti, compresi i bambini, basandosi esclusivamente sul loro indirizzo registrato nel registro della popolazione palestinese, che è sotto il suo controllo. Questa politica costituisce di fatto una condanna a morte per molti che potrebbero ricevere cure salvavita a breve distanza, e deve essere revocata immediatamente».
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