Il Nobel Santos: «In Colombia dieci anni dopo la guerra la fanno le mafie»

Il Nobel Juan Manuel Santos, ex presidente e protagonista degli accordi con le Farc: «Hanno chiuso un'epoca. Ora gli artefici della violenza sono le mafie». America Latina laboratorio globale
April 6, 2026
Due persone passano davanti a una serie di tende nella piazza Bolívar di Bogotà e alla scritta: "S.O.S. Catatumbo". Con l'iniziativa, i promotori hanno voluto denunciare la violenza nella regione ocolombiana
La protesta a Bogotà per denunciare la violenza in Catatumbo/ ANSA
Più che un trattato, uno spartiacque. L’intesa tra il governo di Bogotà e le Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc), un decennio fa, non ha solo messo fine a una guerra in atto da 52 anni. La più lunga d’Occidente, con un bilancio, per difetto, di 260mila morti e sette milioni di sfollati interni. Ha concluso “la guerra” per come era stata intesa a partire dalla seconda metà del Novecento. In America Latina e in buona parte del Sud geopolitico.
Uno scontro interno e asimmetrico fra esecutivi e guerriglie marxisteggianti decise a cambiare, Kalashnikov in pugno, il sistema politico e produttivo in società profondamente diseguali. La “rivoluzione” era, almeno in teoria, l’orizzonte di queste ultime. Nello sforzo di impedirla, le élite non hanno esitato ad appaltare il “lavoro più sporco” a milizie irregolari. I paramilitari delle Autodefensas unidas de Colombia (Auc) sono stati un esempio emblematico. Proprio come le Farc hanno rappresentato, nell’immaginario collettivo, una delle icone della guerriglia. Uomini e donne in divisa verde-oliva, capaci di resistere, mimetizzati nelle foreste e negli anfratti della Cordigliera, ben oltre il crollo del socialismo reale “made in Urss”. Il loro scioglimento non è stato il risultato della potenza di fuoco dell’avversario – seppure ingente –, bensì della firma degli Accordi, il 24 novembre 2016 al Teatro Colón di Bogotà. «Quel giorno è terminata una stagione», afferma Juan Manuel Santos, uno dei due sottoscrittori. L’altro era il capo delle Farc, Rodrigo Londoño alias Timochenko. «Ci aveva presentati Raúl Castro quattordici mesi prima all’Avana, sede del negoziato. Nel dargli la mano, avevo sentito una specie di chimica positiva. Ricordo che aveva la dengue e gli avevo detto: “Veda di rimettersi presto. Lei ed io cerchiamo di ucciderci da così tanti anni… Ora, però, siamo qui e ci tocca arrivare fino in fondo insieme perché solo così potremo superare le resistenze. E, così, è stato. L’ho visto qualche settimana fa e sta facendo un gran lavoro per la pace», racconta l’ex presidente e protagonista della trattativa, per cui è stato insignito del Nobel per la Pace. Purtroppo, come la cronaca dimostra, alla fine di un’epoca bellica ne è seguita un’altra, caratterizzata dalla “privatizzazione della violenza armata”. Gli attori principali sono gruppi criminali il cui obiettivo non è la modifica dello status quo bensì la conquista di uno spazio al suo interno. Ingerire – a proprio vantaggio, in primis economico – è l’obiettivo. In questa mutazione genetica della guerra, l’America Latina e la Colombia sono, di nuovo, laboratorio globale.
Presidente Santos, a dieci anni di distanza, crede ancora di avere fatto la scelta giusta?
L'ex presidente e Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos/ Ansa
L'ex presidente e Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos/ Ansa
Ci sono molti punti degli Accordi di cui vado orgoglioso. La loro tenuta, innanzitutto. La stragrande maggioranza – l’85-86 per cento – dei guerriglieri delle Farc mantiene gli impegni presi. Il sistema creato per giudicare i responsabili di crimini perpetrati, basato per la prima volta sulla giustizia riparativa, è un esempio per il mondo. Mentre la Commissione Verità ha fatto un lavoro straordinario per far luce su un conflitto dai tanti aspetti controversi. Sono, d’altra parte, consapevole del fatto che molte parti dell’intesa sono rimaste sulla carta. Il governo precedente e quello attuale, per ragioni differenti, hanno fatto poco per implementarla. Con conseguenze preoccupanti.
A che cosa si riferisce?
Il vuoto lasciato dalle Farc nelle regioni-roccaforte dalla guerriglia non è stato occupato dallo Stato in termini di presenza istituzionale e servizi sociali. Bande criminali ora si contendono il controllo di quei territori. La violenza, in alcune aree, è feroce.
Cosa manca perché la pace di inchiostro diventi realtà?
Le riforme politiche e quella elettorale nonché investimenti adeguati. Siamo ancora in tempo, però, per farli. La gran parte dei problemi della Colombia verrebbero risolti se il prossimo governo, che sarà eletto il 31 maggio, si deciderà ad applicarlo in modo integrale.
Perché i suoi due predecessori – il conservatore Iván Duque e il progressista Gustavo Petro – non l’hanno fatto?
Il primo è stato da sempre contrario all’accordo e, alla fine, ha dovuto accettarlo a denti stretti. L’attuale presidente è stato uno dei sostenitori del trattato. Ma nemmeno lui ha fatto molto per attuarlo. I negoziati che sono stati avviati con gli altri gruppi armati ancora presenti – la cosiddetta politica della “paz total” o pace totale – hanno infatti completamente monopolizzato la capacità di gestione del governo, distogliendo l’attenzione dall’implementazione dell’intesa.
Le Farc, per come erano fino a un decennio fa , non esistono più. La Colombia, però, non è ancora in pace…
Il disarmo della più potente e antica guerriglia colombiana ha chiuso un cerchio. Assistiamo a una nuova forma di violenza, perpetrata da gruppi privi di obiettivi politici. Sono mafie articolate e complesse, con grande capacità di espansione in America Latina e in Africa a causa delle fragilità delle istituzioni.
Gli accordi del 2016 sono arrivati dopo il fallimento di tre precedenti processi di pace. Come ci siete riusciti?
Abbiamo imparato dagli errori fatti. E preparato minuziosamente le condizioni. Per prima cosa, abbiamo ottenuto il sostegno dei Paesi vicini – Ecuador e Venezuela – ricostruendo relazioni molto deteriorate. Il loro supporto è stato cruciale. Come quello dei militari, esclusi di fatto dai negoziati precedenti.
C’è mai stato un momento, in quattro anni di trattative, in cui ha pensato di non riuscire ad arrivare a un accordo finale?
Ce ne sono stati due. Uno all’inizio. Ero considerato un “falco”: mi avevano eletto per portare avanti la guerra con le Farc che avevo combattuto duramente da ministro della Difesa nel governo di Álvaro Uribe. Quando ho avviato il dialogo, tutti, inclusi alleati e familiari, mi hanno suggerito di non farlo. Dicevano che non sarei riuscito e avrei perso il mio “capitale politico” nell’intento. E, in effetti, al principio è stato così. I processi di pace non sono popolari. Se si persevera, però, la fatica viene ripagata. L’altra batosta è stata la bocciatura del primo accordo, già firmato, al referendum del settembre 2016, grazie a una campagna basata sulle fake news. Non mi sono, però, arreso. Ho convocato i leader dell’opposizione e ho ridiscusso con loro punto per punto, fin quando non abbiamo trovato un compromesso.
Papa Francesco ha seguito con molta partecipazione il processo di pace. Che ruolo ha avuto?
Determinante. Ci siamo incontrati spesso e, ogni volta, lo invitavo a Bogotà. «Verrò quando il popolo colombiano avrà più necessità della mia presenza – mi ripeteva –. Intanto pregherò per lei». «Se il Papa deve pregare per me, allora sono in guai seri...», scherzavo. Ha avuto ragione. Quando ha deciso di venire, lo ha fatto nel momento più importante e difficile: quello della riconciliazione dopo la firma. Il suo viaggio è stato indimenticabile.
Sono sempre più i leader mondiali che considerano la guerra come inevitabile. È così?
Quei leader si sbagliano di grosso. Ogni conflitto ha una soluzione. Come diceva Nelson Mandela, è il dialogo l’arma più potente. La pace con le Farc era considerata impossibile. Fino a quando non è stata fatta.

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