Il muro della Cisgiordania è un colabrodo: una scala permette di attraversarlo
di Luca Foschi
Basta avvicinarsi alla barriera che separa questo territorio dalla periferia di Gerusalemme est per capire che i problemi di sicurezza tanto cari a Israele non sono affatto risolti: chi vuole passare trova il modo per farlo. Solo il 65% dei 700 chilometri previsti è stato completato. «Basta pagare intermediari e polizia e si salta di là»

«Qualche volta li vediamo, qualche volta no» dice Hussam. Negli occhi una fugace espressione sorniona nega quanto appena affermato, mentre il ragazzo si volta a controllare la cottura degli spiedini di kebab posati sopra il nastro di carbone. Un’accortezza, la sua, che ben si allinea a quella di tanti altri, israeliani o palestinesi, umili o potenti, e si giustifica con la misteriosa esposizione, pochi passi più in là, dall’altra parte della strada: una lunga scala di legno si arrampica lungo il muro fino a sbucare dove l’elica del filo spinato è stata rimossa.
È pieno giorno ad al-Ram, dove termina la Cisgiordania e comincia la periferia di Gerusalemme est. Passano le macchine, i monelli in bicicletta, le anziane signore cariche di sporte. «Vengono da tutta la Cisgiordania, soprattutto dalle zone più povere, Nablus, Jenin, Tulkarem. Qui scavalcare è più semplice, più veloce», spiega Hussam, il percorso universitario stroncato dalla crisi economica. Lui non salta, troppo pericoloso. Nelle ultime tre settimane sono almeno quattro i palestinesi feriti ad al-Ram dalle forze di sicurezza israeliane nel tentativo di oltrepassare il muro.
È bastato costeggiare il muro per pochi chilometri, lì dove questo si dispiega come un’ala dal mostro d’acciaio e cemento di Qalandia, il check-point più grande e trafficato di tutta la Cisgiordania. Terra di confine, non-luogo miserabile di ambulanti, corrieri, moltitudini di macchine e catorci, pedoni gravati dall’ansia della frontiera, trascinati dall’invincibile pazienza. E poi il muro che piega ad angolo retto accompagnato dal pattume, gratuita superficie per i cartelli della pubblicità, grigio foglio per le citazioni di Jibran e Darwish, per le dichiarazioni d’amore e resistenza, in una babele di lingue.
Ciò che diplomaticamente si chiama “barriera” sale seguendo il terreno, è sormontata da sbarre di ferro aggiuntive, discende e si abbassa nel lungo rettilineo che costeggia al-Ram: «Prima della guerra a Gaza molti palestinesi avevano stili di vita basati sul salario israeliano, oggi chi torna illegalmente lo fa per mangiare, per pagare le rate della vita precedente», racconta Hussam.
Fino al 10 ottobre 2023, quando il governo di Tel Aviv ha cancellato tutti i permessi, 100.000 palestinesi lavoravano in Israele, e 40.000 nelle colonie illegali in Cisgiordania. Oggi sono appena 7.000 oltre il muro, 9.000 negli insediamenti, per un totale dell’11% prebellico. Il 90% dei lavoratori palestinesi era impiegato nell’edilizia. In Cisgiordania il salario medio è di circa 370 euro, in Israele 1.600. Secondo i servizi di sicurezza israeliani 40.000 palestinesi lavorano illegalmente in Israele.
«Abbiamo perso 90.000 operai palestinesi. Sono arrivati 50.000 lavoratori stranieri, principalmente da India e Sri Lanka. Ne mancano ancora 40.000 per tornare ai livelli di due anni fa», ha dichiarato Tomer Tzaliach, presidente dell’Associazione dei costruttori israeliani. Gli stessi che si nascondono oltre il muro. Con la Guerra dei sei giorni, nel 1967, i palestinesi subirono un importante processo di proletarizzazione, divennero i clienti di un mercato in crisi. Il conflitto seguito al 7 ottobre li ha esclusi dal lavoro. Il 26 dicembre Ahmad al-Rub, 37enne invisibile proveniente da Qabatiya, villaggio a pochi chilometri da Jenin, al volante dell’auto del suo datore di lavoro ha percorso il nord di Israele uccidendo due persone, un uomo di 68 anni e una ragazza di 19.
Il muro, costruito nel 2002 per impedire gli attacchi terroristici durante la seconda Intifada, pone anche un serio problema di sicurezza. Dei 700 chilometri previsti è stato completato solo il 65%. Sembra che varchi e scale abbiano fatto, e facciano, parte dell’insieme: «Come possono attraversare, qui, anche in pieno giorno? È un sistema, chi vuol passare paga un intermediario palestinese, che a sua volta corrompe la polizia israeliana. Non i poliziotti semplici, ma chi sta su nella gerarchia», afferma Hussam.
Le intercettazioni telefoniche acquisite dal Dipartimento investigativo interno della polizia israeliana hanno recentemente offerto un piccolo saggio sulla dinamica: il coordinamento per l’arrivo al check-point, le istruzioni su come caricare i palestinesi dentro i veicoli, l’esplicita richiesta di pagamento. Durissimo il rapporto del controllore dello Stato Matanyahu Englman, pubblicato il 22 dicembre, secondo il quale nell’area di Gerusalemme vasti segmenti della barriera non sono recintati, il passaggio è possibile anche in pieno giorno e diversi soggetti della polizia consentono che l’infiltrazione prosegua. La porosità della recinzione, ha affermato Englman, potrebbe portare a scenari simili a quelli del 7 ottobre, con Gerusalemme presa d’assalto da migliaia di palestinesi. Sulla via del ritorno, a pochi passi dal ristorante dove lavora Hussam, la conferma: un blindato dell’esercito israeliano passa sfrecciando lungo l’asfalto. È il secondo nel giro di due ore. La scala di legno si trova sempre al suo posto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






