«I dazi sullo Stretto, una follia giuridica»
di Diego Motta
Il ricercatore di Diritto Internazionale della Statale di Milano, Mandrioli, sulla minaccia poi rientrata di possibili tariffe da parte degli Usa a Hormuz: le acque sono sotto la sovranità di Oman e Iran. Peraltro, la storia d’America è da sempre a favore della massima libertà di navigazione

Il memorandum del 17 giugno cestinato, il ritorno a scenari brutali, la minaccia americana (poi rientrata) di dazi su Hormuz: i 20 giorni della tregua più fragile della storia sono dunque già un ricordo. «Dal 7 luglio siamo ripiombati nella logica di potenza, che ha come unico principio la legge del più forte – commenta Daniele Mandrioli, ricercatore di Diritto internazionale all’Università Statale di Milano –. In pratica, ciò che è avvenuto nei primi mesi del conflitto e che si configurava come reiterata condotta in violazione delle norme oggi si sta ripetendo. Siamo tornati a quel punto. Anzi, la pretesa di Trump di mettere un pedaggio per il passaggio dello Stretto sembra davvero una follia giuridica».
Perché?
Perché parliamo di acque che sono sotto la sovranità degli Stati costieri, cioè l’Oman e l’Iran. La disciplina degli Stretti è una delle più importanti del diritto del mare e stabilisce che generalmente gli Stretti devono essere liberi, senza alcun pedaggio per il transito. Se ricordate, prima dell’inizio del conflitto non c’era alcun dazio. Al limite possono esserci richieste di contributi volontari o finalizzati alla libera navigazione, che andrebbero riscossi da uno degli Stati costieri. Bisogna poi aggiungere che la richiesta della Casa Bianca è in contraddizione con una storia, quella degli Stati Uniti, da sempre a favore della massima libertà di navigazione nei corridoi di mare più strategici.
Quale regime giuridico è in vigore su Hormuz?
Per motivazioni sostanzialmente geografiche, il traffico marittimo si snoda principalmente all’interno delle acque territoriali dell’Oman. Ancor prima dell’esplodere del conflitto, l’amministrazione di Hormuz non era sottoposta a una disciplina formalmente condivisa tra lo stesso Oman e l’Iran. Il nodo è poi diventato il ricorso da parte delle potenze belligeranti, tanto l’Iran quanto gli Usa, a forme di controllo invasive relative al passaggio delle navi, compromettendo di fatto la libera circolazione di beni e persone.
Quali sono state le conseguenze di questa impasse precedente alla guerra?
I riflessi sono stati immediati: lo Stretto è rimasto chiuso, l’Iran ha avviato una militarizzazione dello spazio d’acqua attraverso le mine, mentre le navi terze potevano essere scortate per ragioni di sicurezza. Occorre fare attenzione in particolare sulla strategia del regime, che ha giustificato le limitazioni imposte alla circolazione marittima come una legittima reazione a seguito dell’aggressione militare subita. Quanto alle imbarcazioni che hanno potuto passare, la logica di Teheran era questa: poiché vi impongo la direzione in mare per evitare ordigni, a tal fine chiedo di pagare. Così è avvenuta la paralisi, con l’aggravante che sono state minate anche le acque dell’Oman. Nella seconda parte del conflitto, poi, la partita si è spostata dal livello giuridico a quello diplomatico e Hormuz è diventata una pedina fondamentale nello scacchiere negoziale.
A chi tocca dirimere eventuali controversie sulla gestione dello Stretto?
Se Iran e Stati Uniti facessero parte della Convenzione sul diritto del mare, ratificata da 172 Stati, toccherebbe alla Corte internazionale di giustizia e al Tribunale internazionale del diritto del mare esprimersi. Potrebbe esserci un arbitrato ad hoc, come è avvenuto in altri casi. Il punto è che né Teheran né Washington, hanno sottoscritto alcun impegno. L’unica agenzia che può esercitare una pressione diplomatica sul tema è l’Organizzazione marittima internazionale.
C’è il rischio che quanto sta accadendo possa costituire un precedente per il diritto internazionale?
Il rischio più grosso è legato alla possibile rottura con le prassi e la storia giuridica dello Stretto. Più che il diritto internazionale, anche su una questione del genere alla fine è possibile infatti che finiscano per prevalere ancora una volta i rapporti di forza tra gli Stati coinvolti.
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