
Giovani, laureati e disoccupati. C’è un fenomeno che accomuna e attraversa trasversalmente le economie asiatiche: la “sovrapproduzione” di possessori di titolo di studio superiore che non riescono a inserirsi nel mondo del lavoro.
Un caso su tutti: l’Indonesia. Come indicato da un rapporto di Statistics Indonesia, dei 7,2 milioni di disoccupati nel Paese, ben un milione è laureato. Altro segnale anomalo: l'elevato numero di lavoratori impiegati nel settore informale. A febbraio 2026 erano 87,74 milioni, contro i 59,93 milioni nel settore formale. Per cercare di sanare questa sfasatura tra mondo della formazione e mondo lavorativo, il governo indonesiano sta pensando a una ricetta “tradizionale”: inviare 350.000 lavoratori indonesiani all'estero entro la fine dell'anno.
Il fenomeno non poteva non interessare la Cina, indiscusso “laureificio” del pianeta. Il gigante asiatico continua a macinare record. Quest’anno saranno 12,7 milioni i laureati che faranno il loro ingresso nel mondo lavorativo, con un aumento del 4% (480mila), rispetto ai 12,22 milioni del 2025. Come scrive AcademicJobs, “l’espansione riflette decenni di crescita aggressiva delle iscrizioni all’istruzione post-secondaria, che hanno trasformato la Cina nella più grande rete di istruzione superiore al mondo. Da appena il 17% di iscrizioni vent'anni fa a oltre il 60% di oggi, università e college hanno sfornato milioni di laureati ogni anno, alimentando le ambizioni nazionali di innovazione e sviluppo del capitale umano”. Tutto bene se non ci fosse il rovescio della medaglia: la disoccupazione. Secondo i dati dell'Ufficio nazionale di Statistica, a dicembre 2025 il tasso di disoccupazione giovanile nelle aree urbane, nella fascia d'età 16-24 anni (esclusi gli studenti universitari), si attestava al 16,5%. “Ciò significa che circa un giovane su sei è senza lavoro, una cifra che colpisce in modo particolare i laureati. Circa il 70% dei disoccupati nella fascia d'età 20-24 anni possiede una laurea, il che evidenzia un paradosso per cui un livello di istruzione più elevato è correlato a periodi più lunghi di ricerca di lavoro”.
Ma non basta. A differenza di quanto accadeva in passato, il fatidico ingresso nel mondo del lavoro non costituisce più una garanzia. Come sottolinea ThinkChina, “i neolaureati cinesi si stanno rendendo conto che ottenere il primo lavoro non è più la fine della lotta. Le offerte di lavoro vengono ritirate, i contratti a tempo determinato vengono ridotti e i ruoli di livello base vengono messi a dura prova dall'intelligenza artificiale, lasciando i giovani lavoratori alla ricerca di un punto d'appoggio in un mercato sempre più incerto”. Non è un caso allora che Pechino abbia varato “una revisione del suo sistema universitario, esortando gli istituti a sviluppare ruoli distinti in quanto i cambiamenti demografici, un mercato del lavoro più competitivo e l'ammodernamento industriale modificano il fabbisogno di competenze del Paese”.
Non risulta immune neanche l’altro gigante asiatico, l’India. Secondo il Periodic Labour Force Survey, mentre il tasso di disoccupazione generale nel Paese è intorno al 3,1%, il tasso tra i possessori di una laurea si attesta all'11,2%: oltre tre volte superiore rispetto alla media nazionale. La situazione è a macchia di leopardo. “I laureati in informatica e ingegneria delle tecnologie dell'informazione (IT) hanno mostrato un tasso di occupabilità rispettivamente dell'80% e del 78%. L'occupabilità dei laureati in Master in Business Administration (MBA) è scesa al 72,76% dal 78% nel 2025. I laureati in economia e commercio hanno registrato un aumento al 62,81% dal 55%. I diplomati degli Istituti di Formazione Industriale (ITI) si sono attestati al 45,95%, mentre i diplomati dei politecnici solo al 32,92%”.
Qual è il mix di cause che può spiegare questa sfasatura? Asia Education Review prova a metterle a fuoco. Innanzitutto, i programmi di studio di molte università sono obsoleti rispetto alle esigenze del mercato del lavoro. I corsi di laurea, concepiti anni o decenni fa, continuano a formare laureati in settori con domanda limitata, lasciando carenze in competenze tecniche, digitali, analitiche e ambientali. Secondo fattore: il prepotente avvento dell'intelligenza artificiale e dell'automazione sta rimodellando il lavoro di livello base. Un'analisi dell'ILO indica che quasi 80 milioni di lavoratori nei paesi Asean sono impiegati in professioni con un certo grado di potenziale esposizione all'IA generativa. E ancora: le competenze di base e digitali rimangono disomogenee nella regione. “Singapore e Malesia registrano livelli relativamente più elevati di competenze digitali avanzate, mentre altri paesi continuano a presentare lacune. I dati del World Economic Forum mostrano che il 43% dei datori di lavoro nel Sud-Est asiatico prevede che le competenze fondamentali odierne saranno rivoluzionate entro il 2030, una percentuale superiore alla media globale”.
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