De la Espriella presidente per un soffio. Ma metà Colombia si ribella all'ultrà

Il candidato filo-Trump ha battuto il rivale progressista Cepeda per 250mila preferenze, il margine più risicato di sempre. Petro chiede la verifica dei risultati. Disordini a Bogotà e Cali
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June 22, 2026
Un uomo giovane con un braccio alzato, con indosso una maglia gialla, a mezzobusto
Abelardo de la Espriella / ANSA
Disordini a Bogotà, Cali e dintorni. Decine di arresti, altrettanti feriti e un uomo ucciso a colpi di pistola. Barricate, strade bloccate e atti vandalici contro la stazione di polizia di Monteblanco. La municipalità di Cali ha offerto 200 milioni di pesos per «informazioni utili a identificare i responsabili». Vecchie ferite, mai rimarginate, tornano a galla e dividono la Colombia, che esce spaccata dal ballottaggio. L’ultrà Abelardo De la Espriella, del partito Defensores de la patria, porta a casa il 49,65 per cento, cioè 12.937.333 voti. Il progressista Iván Cepeda, del Pacto histórico, prende il 48,71%, che tradotto in consensi fa 12.691.70. Li separa meno di un punto percentuale: 250mila schede. Il margine più risicato nella turbolenta storia politica del Paese. Nonché la consultazione più partecipata: l’affluenza ha raggiunto il record del 63 per cento.
Visti i risultati, Gustavo Petro, attuale capo dello Stato e alleato di Cepeda, ha parlato di «pareggio tecnico» e ha esortato i cittadini alla calma: «Nessuno può ancora proclamarsi presidente, fino alla verifica di tutti i verbali». Il conteggio rapido – ha sottolineato – «non ha forza vincolante, i suoi dati non sono norma pubblica». Ha anche denunciato le incongruenze del sistema informatico fornito dall’azienda Thomas Greg & Sons per le elezioni: «Nelle ultime settimane sono spuntati 800mila documenti di identità in più, non presenti nell’anagrafe ufficiale presentato». La sua tesi: «Centinaia di migliaia di preferenze sono stati aggiunte arbitrariamente, senza corrispondenza con elettori reali». Sulla stessa linea anche il delfino Cepeda. Ma De la Espriella, l’avvocato penalista che ha tagliato fuori la destra tradizionale dal secondo turno, non ci sta. Con la solita aggressività dimostrata nel corso della campagna elettorale, basata sull’impiego massiccio dei social e dell’intelligenza artificiale, ha tuonato contro il «furto». «Rispettate la volontà popolare», è stato il monito lanciato a Barranquilla, dove ha celebrato l’esito circondato da una folla di sostenitori con indosso la maglietta della nazionale, emblema del candidato. Il neo-eletto – perlomeno presunto – ha ribadito i propri cavalli di battaglia. Il «pugno di ferro» contro «narcotrafficanti, terroristi, rapitori, delinquenti e corrotti», innanzitutto. E l’archiviazione – ha parole dato che ormai è incluso nella Costituzione – dell’accordo di pace, che dal 2016 ha portato alla smobilitazione di quasi 14mila guerriglieri delle Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc), chiudendo oltre mezzo secolo di ostilità. De la Espriella, tuttavia, ha fatto anche un insolito richiamo all’unità: «Nessuno dovrà avere più paura di pensarla in modo diverso». Un segnale della consapevolezza che, retorica incendiaria a parte, il vantaggio minimo gli offre meno margini di manovra del previsto per un drastico cambio di rotta. Anche se dei mutamenti ci saranno. A partire probabilmente dalla sicurezza. Non si esclude, però, un ritorno all’impiego massiccio delle forze armate, una sorta di di “Plan Colombia 2.0” supportato da Donald Trump, sul modello di quanto avvenuto negli anni più cruenti della guerra civile. Una strategia duramente criticata dagli attivisti che ricordano le oltre 6mila esecuzioni extragiudiziali di giovani fatti passare per guerriglieri e i ripetuti abusi. Al contempo, la violenza dei gruppi armati – sequestri, attentati, estorsioni – ha lasciato sacche di risentimento profonde in ampie parti della popolazione.
Nonostante il faticoso processo compiuto in questi dieci anni dalla firma dell’intesa, le ferite del conflitto – che ha lasciato quasi mezzo milioni di morti e scomparsi a un totale di nove milioni di vittime dirette – non si sono ancora rimarginate. De la Espriella le ha sapute sfruttare. Non a caso, ha dedicato la vittoria a Miguel Uribe Turbay, senatore conservatore, ucciso in un attentato lo scorso agosto nonché delfino del controverso presidente Álvaro Uribe – con cui non aveva un legame di parentela –, feroce oppositore della guerriglia e dell’accordo con le Farc. Sulle elezioni, come nel resto dell’America Latina, c’è, poi, l’influenza del fattore Trump. Tant’è che alcuni esponenti del Congresso dem, in una lettera rivolta al segretario di Stato Usa Marco Rubio, al segretario del Tesoro Scott Bessent e al procuratore generale Todd Blanche, hanno contestato il «sostegno incondizionato» del presidente al candidato ultrà, con cui si è affrettato a congratularsi. E hanno chiesto di indagare sui legami di De La Espriella con i paramilitari d’ultradestra ancora attivi nonché le «possibili irregolarità finanziarie vincolate con aziende e transazioni immobiliari in Florida». Più che Washington, tuttavia, stavolta, a spendersi direttamente sono stati i suoi alleati regionali: l’ecuadoriano Daniel Noboa, con un’apposita guerra di dazi, e l’argentino Javier Milei.

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