Dai piani di Trump ai superstiti del regime: chi governerà adesso il Venezuela?
Dopo aver fatto il nome di Machado, il capo della Casa Bianca gioca a sorpresa la carta di Maduro Delcy Rodríguez: «È disposta a collaborare». Ma la numero due di Maduro ribadisce: «Il presidente resta lui, non siamo una colonia»

«La storia si ripete? O si ripete solo come punizione per quanti sono incapaci di ascoltarla?», si domandava, nel maggio 1997, nella sua rubrica settimanale sul quotidiano messicano La Jornada, Eduardo Galeano. A ventisei anni esatti dalla cattura del panamense Manuel Noriega, gli Usa hanno prelevato dal proprio letto e espulso da Caracas, Nicolás Maduro e la moglie e consigliera Cilia Flores. Il mondo è rimasto sotto choc. Eppure Donald Trump ne aveva fatto il proprio mantra. «America first», è stato il leit motiv della campagna per il ritorno alla Casa Bianca. In poco meno di un anno, il tycoon ha “spiegato”, a modo suo, che «l’America» dello slogan non si riferiva ai soli Stati Uniti bensì all’intero Continente. Da qui l’impiego disinvolto dei dazi come punizione per i leader antagonisti e gli aiuti come incentivo per gli alleati. Nonché, dall’Argentina all’Honduras, le ingerenze pubbliche nei processi elettorali per sostenere i candidati affini. Con l’operazione “Martello di mezzanotte” dell’alba di ieri, il tycoon ha, però, portato la “Dottrina Monroe” all’estremo. O, come ha detto con evidente compiacimento, «l’abbiamo superata». Fino all’inattesa conclusione: «Governeremo il Paese fino alla transizione sicura, adeguata e giudiziosa». Un’affermazione forte. Che, tuttavia, non chiarisce l’interrogativo cruciale all’indomani dell’attacco «spettacolare, uno show televisivo»: chi eserciterà il potere in Venezuela?
Il voto contestato del 2024
Negli ultimi diciotto mesi, Nicolás Maduro è stato presidente di fatto poiché gran parte della comunità internazionale non ha riconosciuto l’esito delle consultazioni del 28 luglio 2024 a causa delle irregolarità denunciate dall’opposizione e confermate da vari osservatori indipendenti. Per numerosi Stati, dagli Usa all’Italia, il vincitore è Edmundo González Urrutia, in esilio in Spagna da settembre. Quest’ultimo era stato scelto dal fronte anti-bolivariano come sostituto di María Corina Machado, esclusa dalla corsa dal governo dopo avere trionfato alle primarie. Con il suo appoggio, era schizzato in testa ai sondaggi, staccando di quasi trenta punti il rivale. Non sorprende, dunque, che González e Machado si siano detti pronti «a collaborare per ricostruire il Paese». Donroe – dall’unione di Monroe e Donald, soprannome rivendicato dallo stesso tycoon –, però, ha altri piani. O, almeno, così sembra.
I superstiti del regime
Cinque erano i membri dell’ultra-elitario club del potere di Caracas: Maduro-Flores – la coppia al vertice, quasi un tutt’uno e, dunque, contati come una sola persona –, la vice, Delcy Rodríguez, suo fratello Jorge, incaricato dei principali negoziati internazionali, Diosdado Cabello, rivale e sostegno imprescindibile del leader nonché titolare degliInterni, il ministro della Difesa e “cane da guardia” delle forze armate, Vladimir Padrino López. Di questi, quattro sono rimasti al loro posto, almeno temporaneamente. Data per fuggitiva in Russia in un primo momento, Delcy Rodríguez, è in patria e ha incassato l’endorsement del Cremlino. Nonché, contro le attese dei più, quello di Trump. «Ha avuto un colloquio con il segretario di Stato, Marco Rubio, ed è disposta a fare ciò che riteniamo necessario per rendere il Venezuela di nuovo grande», ha detto. Cosa si intenda non è chiaro. Qualche indicazione, però, il suo discorso l’ha fornita. Gli Usa avranno le chiavi del forziere del «tesoro nero» ovvero il petrolio, di cui la nazione ha le maggiori riserve del pianeta. «Ci penseranno le nostre compagnie. Maduro ci ha rubato le nostre infrastrutture». Un riferimento alle nazionalizzazioni del predecessore di Maduro, Hugo Chávez. L’interessata, tuttavia, non pare d’accordo. «C’è un unico presidente: Maduro, liberatelo – ha tuonato in un discorso alla tv pubblica, a fianco al fratello –. Non saremo una colonia, difenderemo la patria». Strategia o preludio di un nuovo capitolo di ostilità con Washington? Lo scorso settembre, come un’inchiesta del New York Times ha rivelato, Jorge Rodríguez aveva gestito per conto di Maduro, con l’inviato speciale Usa, Richard Grenell, una trattativa segreta. In cambio della distensione, aveva offerto a Washington una partecipazione dominante nella gestione del petrolio e delle altre risorse minerali nazionali, arrivando addirittura a ridurre drasticamente le forniture a Cina, Iran e Russia. Allora il negoziato era naufragato per l’opposizione di Rubio, falco anti-comunista. Non è detto, però, che sottobanco i colloqui siano andati avanti. E sul piatto sia stata aggiunta la rimozione del caudillo di Caracas. A sua insaputa.
La partita a Washington
Da sempre, il segretario di Stato, rifugiato cubano anticastrista, sogna un “cambio di regime” all’Avana e a Caracas. Il rischio di una nuova «guerra eterna» degli Usa – come quelle alle quali il capo della Casa Bianca ha sempre detto di volere mettere fine a differenza dei democratici – ha scatenato l’ira dell’ala dura del fronte MAGA. Con il Venezuela, Trump si muove su un crinale sottile. Da una parte, di fronte allo stallo in Medio Oriente e Ucraina, ha necessità di mostrare i muscoli al mondo. L’atto di forza a Caracas, come lo stesso tycoon ha sottolineato, è un “messaggio” al resto del Continente – vedi Cuba e Colombia – e del pianeta. E anche un modo per galvanizzare una parte importante del proprio elettorato: gli esuli venezuelani e cubani della Florida, ai quali, tra l’altro, deve far digerire il giro di vite sulla migrazione. Dall’altra, tuttavia, il presidente non ha optato per un chiaro cambio di regime, come chiesto da Rubio. Quest’ultimo va avanti, senza Maduro e sotto tutela statunitense ovviamente. L’opzione Rodríguez, del resto, è in linea con la Costituzione che, all’articolo 233, in caso di impossibilità del presidente, affida il potere al vice. Solo per trenta giorni, però, poi si dovrebbero convocare elezioni. Non sembrano, però, all’orizzonte.
Le rivoluzioni di gennaio
L’escalation è iniziata in estate. Perché la Casa Bianca ha deciso di agire ora? A proposito di ricorsi storici, gennaio è tradizionalmente il mese dei cambiamenti drastici in Venezuela. Il 23 gennaio 1958, come i magistrali reportage del giornalista Gabriel García Márquez raccontano, avvenne la rivolta che mise fine alla dittatura di Marcos Pérez Jimenez. Tra gennaio e febbraio del 2019, durante il primo mandato di Trump, c’è stato l’intento fallito di destituzione di Maduro di Juan Guaidó. Gli Usa hanno voluto cogliere il momento, simbolico e politico: lunedì riprenderanno i lavori dell’Asamblea nacional, il Parlamento. E il 10 gennaio sarebbe ricorso il primo anniversario dall’entrata in carica di Maduro. Stavolta, la tradizionale festa, con tanto di esibizione di salsa, non ci sarà.
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