Cosa è stato deciso a Washington sul Board of Peace: il denaro per Gaza, i rapporti con l'Onu
di Elena Molinari, New York
Il presidente Trump annuncia che gli Usa stanzieranno 10 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza. Il Board. ha detto, rafforzerà l'Onu e si assicurerà che funzioni correttamente

«Il Board of Peace sorveglierà le Nazioni Unite, per assicurarsi che funzionino correttamente». Donald Trump inaugura il suo nuovo organismo internazionale chiarendo fin dall’inizio le sue intenzioni: affiancare, e in prospettiva rimpiazzare, le istituzioni multilaterali consolidate con un club creato e guidato dalla Casa Bianca, che ne stabilisce appartenenza e regole. L’incontro è stato ospitato nell’U.S. Institute of Peace, un istituto nazionale americano indipendente e senza scopo di lucro finanziato dal Congresso per promuovere la risoluzione dei conflitti, che il presidente oggi ha ribattezzato con il proprio nome: un primo segnale del tono della riunione. Trump ha riunito capi di Stato, ministri e diplomatici di oltre quaranta Paesi in un’atmosfera a metà tra il summit geopolitico e la convention aziendale, con interventi rapidi, diapositive e un’estetica da meeting d’affari globale. L’ingresso del tycoon sulle note di “Gloria” ha dato il via a una mattinata scandita da presentazioni su progetti infrastrutturali, investimenti e ipotesi di ricostruzione da oltre 100 miliardi di dollari per Gaza, riecheggiando l’idea di Trump di trasformare Gaza in una «Riviera del Medio Oriente». Trump ha definito il consiglio come il gruppo «più prestigioso mai creato», paragonandolo esplicitamente ai consigli di amministrazione delle grandi multinazionali.
Il capo della Casa Bianca ha annunciato che gli Stati Uniti contribuiranno con 10 miliardi di dollari al fondo del Board per la ricostruzione e gli aiuti umanitari nella Striscia. Una cifra che, ha detto, «è molto piccola rispetto al costo della guerra». Altri nove Paesi, tra cui Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Kazakistan, hanno promesso oltre 7 miliardi complessivi. Mentre la Fifa raccoglierà 75 milioni per progetti legati al calcio nella Striscia. Ma è stato soprattutto il passaggio sull’Onu a catturare l’attenzione. Trump ha sostenuto che il nuovo organismo contribuirà a «rafforzare» le Nazioni Unite, precisando che il Board sarà chiamato a garantirne la sostenibilità finanziaria. Se il Board of Peace nasce formalmente per sostenere il fragile cessate il fuoco a Gaza e la ricostruzione dell’enclave, il suo mandato si sta già ampliando fino a comprendere il coordinamento di una futura forza internazionale di stabilizzazione e la gestione dei fondi, estendendo le proprie competenze anche ad altre crisi. Lo statuto non contiene infatti riferimenti espliciti a Gaza e include critiche alle Nazioni Unite, con l’ambizione di trasformarsi in un «organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace». La struttura riflette questa ambizione. A presiedere il Board è lo stesso Trump, e la sua guida non è formalmente legata alla presidenza degli Stati Uniti. Il documento istitutivo stabilisce che potrà essere sostituito solo in caso di dimissioni o incapacità accertata all’unanimità. Al presidente è attribuito potere di veto delle decisioni del consiglio.
Trump ha invitato circa cinquanta Paesi ad aderire; finora poco più di una ventina hanno accettato. Tra i membri figurano anche il segretario di Stato Marco Rubio, il genero di Trump, Jared Kushner, l’inviato Steve Witkoff, l’ambasciatore Usa all’Onu Mike Waltz, l’alto rappresentante per Gaza Nickolay Mladenov e l’ex premier britannico Tony Blair. Blair ieri ha definito il piano «l’unica vera speranza» per Gaza, sostenendo che si tratta di un impegno concreto per la regione. Più operativo l’intervento di Marc Rowan, amministratore delegato della società Apollo Global Management e membro del board esecutivo per Gaza: «Rafah sarà la prima città a ricevere interventi di sicurezza e infrastrutture», ha spiegato, con l’obiettivo finale di 400mila case e oltre 30 miliardi di investimenti. Rowan ha parlato della necessità di «sbloccare e finanziare» il potenziale economico della Striscia, evocando il valore immobiliare della costa mediterranea e stimando fino a 115 miliardi il valore complessivo della ricostruzione. A garantire la stabilizzazione a Gaza saranno 12.000 agenti di polizia e 20.000 soldati di una Forza internazionale per la quale l’Indonesia ha accettato l’incarico di vice comandante. Anche Kazakhstan, Marocco, Kosovo e Albania invieranno truppe, mentre l’Amministrazione Usa pianifica «la costruzione di una base militare» per 5.000 unità nel sud della Striscia. Non mancano però le riserve. Francia e Regno Unito hanno scelto di non aderire, mentre Italia e Unione Europea partecipano come osservatori. Il timore europeo è che il nuovo organismo possa trasformarsi in una struttura parallela all’Onu.
Il Vaticano ha declinato l’invito: il segretario di Stato Pietro Parolin ha espresso preoccupazione per alcune linee del progetto e ribadito che «a livello internazionale dovrebbe essere soprattutto l’Onu a gestire queste situazioni di crisi». Tra i membri figurano numerosi Paesi guidati da leadership autoritarie o semi-autoritarie, elemento che alimenta ulteriori interrogativi. Cina e Russia non hanno aderito formalmente, ma restano coinvolte nei colloqui e Trump ha rivendicato ieri i suoi rapporti «molto buoni» con Vladimir Putin e Xi Jinping, lasciando aperta la porta a un loro futuro coinvolgimento nel cambio di paradigma internazionale che parte da Gaza dove, Trump ha detto ieri, «la guerra è finita».
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