A Beirut il più crudele dei giorni. Vite in pezzi fra polvere e miasmi

di Nello Scavo, inviato a Beirut
Reportage dalla capitale del Libano dove la raffica di esplosioni ha ridotto in macerie l’illusione del cessate il fuoco. Civili travolti e quartieri rasi al suolo dai raid di Israele
April 9, 2026
La distruzione a Beirut dopo i raid di Israele
La distruzione a Beirut dopo i raid di Israele/ FOTOGRAMMA
Tradito dalle notizie di una tregua nel Golfo, neppure la strage di Sidone aveva trattenuto Hassan. All’alba ha caricato la vecchia Mercedes. Parenti, biancheria, datteri e pentole. Da Beirut verso Sud, per riprendersi le case bombardate e la vita di prima. La polizia li ha rispediti indietro. Sono morti così, a centinaia negli appartamenti dove si credevano al riparo. Il giorno della mattanza a Beirut non era cominciato presto. La guerra si era presa il tempo di illudere con parole di pace, con il petrolio che alla borsa conta più delle vite a perdere. Dalle 14, per dieci minuti, è stato impossibile contare le esplosioni. Droni, caccia, missili. Una potenza di fuoco come non se ne era mai vista sulla città senza sirene, senza contraerea, senza difese contro gli attacchi che dall’alto hanno pugnalato in maggioranza i quartieri dei sunniti, non degli sciiti tradizionalmente ritenuti più vicini a Hezbollah. Dieci deflagrazioni al minuto in tutto il Paese. Un centinaio di attacchi diretti con più di 160 missili sparati da aviazione militare e droni. Un totale di 55 raid e centinaia di colpi di cannone nel sud. A sua giustificazione l’esercito israeliano dice che i capibastone del “Partito di Dio” si nascondono oramai anche nei quartieri dove non hanno sostegno. Ammettendo, così, che la vita dei civili non vale la contabilità dei lutti se c’è da eliminare un solo nemico. Attraversiamo i quartieri bombardati tra gente disperata, soccorritori a rischio di finire sotto le travi che precipitano, corpi estratti a pezzi, auto da cui si recuperano quanto resta dei malcapitati di passaggio.
Vite fatte a brandelli, come i quartieri coperti di fumo basso e nero. Un ragazzo che fugge da un palazzo bombardato vede i primi reporter, e non si sa come tira fuori da una tasca una risma di mascherine chirurgiche. Basteranno appena a infilarsi nei vicoli dove i barellieri tirano fuori i corpi anneriti, e ricompongono cadaveri di bambini messi insieme come bambole rotte.
In Libano certi massacri non vengono ricordati con una data ma con un nome. Anche questo lo sarà. E c’è ne è uno che nessuno si sente di proferire, ma a cui tutti pensano: Qana. Anche se Qana non basterà più ai cronisti per cercare un paragone. Il 18 aprile 1996 l’artiglieria israeliana colpì un compound dell’Unifil dove si erano rifugiati centinaia di civili in fuga dai combattimenti: morirono 106 libanesi. Dieci anni dopo, il 30 luglio 2006, Qana tornò a dare il nome di un’altra carneficina. Un raid israeliano colpì un edificio dove si erano rifugiate diverse famiglie di civili: 28 morti, tra cui 16 bambini. Da oggi Beirut ha preso il nome di Qana e Qana quello di Beirut. Che vuol dire speranza, affogata nel sangue degli innocenti.
Negli ospedali non c’è posto per tutti. E non c’è sangue per tutti. Safa Bleik, vice coordinatrice di Medici senza frontiere nell’ospedale Hariri, il più importante pronto soccorso pubblico della capitale, quasi non crede a quello che sta capitando. «Stiamo ricevendo ondate di feriti, tra cui anche bambini. Le persone arrivano con ferite da schegge e gravi emorragie». A fine giornata in tutto il Libano si conteranno oltre 250 morti accertati e quasi 1.200 feriti, molti con scarse speranze di arrivare a domani. La protezione civile aggiorna le stime, ma avverte che sotto le macerie chissà quanta altra gente c’è. E chissà quanti ne usciranno ancora con un alito di vita. Le ambulanze non bastano. I mezzi dei vigili del fuoco neanche. Le ruspe arrivano sfondando marciapiedi e sbarazzandosi di auto ridotte a ferraglia incandescente. Smuovono lamiere, cemento, bombole del gas, rovine di appartamenti dove vivevano i libanesi di Beirut e quelli a cui era stata data accoglienza..
L’intera città è avvolta dai miasmi delle esplosioni. Da tre lati fino al mare dense barriere di fumo nero si diradano in direzione della costa. Gli attacchi sono avvenuti simultaneamente anche nel Sud, in città come Sidone e Tiro, nella Valle della Bekaa, sulle colline sopra Beirut. Poche ore prima un soldato libanese di ritorno dal turno di notte si era fermato a prendere un caffè sul lungomare di Sidone. Nessuno ha visto arrivare il missile: 12 morti, in maggioranza ragazzi sfollati dal Sud, sospettati di essere affiliati a un gruppo non confessionale alleato di Hezbollah contro Israele. Ma a Sidone nessuno poteva immaginare che la strage dei dodici sarebbe stata messa in ombra poche ore dopo dal massacro di Beirut.
Fino a sera tra le macerie c’è chi cerca parenti, figli, amici. Chi trova una copia del Corano precipitata sul marciapiede e chi si interroga sul perché abbiano colpito il magazzino del celebre commerciante di pistacchi. Anche le mappe della capitale dovranno essere aggiornate, cancellando gli isolati abbattuti, le strade che non ci sono più. Non sono stati risparmiati neanche i quartieri della borghesia politica. Mentre tanti si domandano perché alcuni palazzi abbiamo subito colpi precisi, con il missile a sfondare dalla finestra un solo appartamento, e altri invece completamente rasi al suolo. Hezbollah ha definito i raid una «aggressione barbarica», rivendicando il suo «diritto naturale e legale a resistere e a rispondere». Al tramonto, quando anche le sirene delle ambulanze sembrano non avere abbastanza fiato, su Beirut torna il silenzio. Si sente il fracasso di un drone israeliano che volteggia come un avvoltoio sulla città ferita. Poco dopo, un’altra esplosione annuncerà la demolizione di un edificio di dodici piani. Negli ospedali i superstiti arrivano caricati sulle moto o nel bagagliaio dell’auto. Nel Paese prigioniero del fantasma di Qana.

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