Turchia, dentro il distretto di Aykosan: l'inferno del fast fashion
Viaggio nel reticolo nascosto della produzione tessile. Tra laboratori fatiscenti, turni fino a 18 ore, paghe minime e sostanze tossiche. Una filiera che si alimenta del lavoro femminile nelle fabbriche di abiti e di quello precoce nella produzione delle scarpe

Mezz’ora stipati tra i pendolari che affollano il Marmaray, la linea ferroviaria che corre tra due continenti attraversando il tunnel costruito sotto le acque del Bosforo. E si arriva ad Aykosan. Qui sembra davvero di essere sbarcati in un altro mondo: la faccia nascosta del pianeta Istanbul. Sotto un cielo che pare una cupola di fumo denso e grigio, all’ombra dei grattacieli – marchio di fabbrica della speculazione edilizia che ha sfigurato la metropoli – il paesaggio urbano è segnato da una sequenza di capannoni in mattoncini rossi. Siamo in uno dei centri produttivi che fanno della Turchia uno dei maggiori esportatori di abbigliamento e di calzature al mondo. Da luoghi come questi, paradisi nascosti della manodopera a basso costo, zone franche senza regole e misure di sicurezza, avvitate in una catena di subappalti, si alza la marea di prodotti che inonda il mercato del fast fashion, ma che raggiunge anche le acque, all’apparenza incontaminate, dei grandi brand dell’alta moda internazionale, compresa quella italiana. Coinvolti in questa infernale catena di produzione ci sono donne, migranti e minori.
Entriamo all’interno di queste fucine di Aykosan, come turisti curiosi che hanno smarrito la strada, per non mettere in allarme i servizi di vigilanza. Sotto i nostri occhi un alveare di laboratori che si affacciano su un cortile interno. Tra corridoi bui e fatiscenti. E l’odore acre di colle , coloranti, agenti chimici che afferra la gola. In uno di questi gironi ci imbattiamo in Cem, 15 anni, arrivato a Istanbul con la famiglia da Trabzon, sul mar Nero. Insieme a lui ci sono un cugino che di anni ne ha 18 , ma si sente già un veterano, con oltre tre anni di lavoro alle spalle, e un amico sedicenne originario di Mardin, nel sudest della Turchia. Alla parola scuola, gli occhi di Cem , che lavora ad un macchinario che taglia il cuoio, hanno un guizzo: «Mi piacerebbe andarci, ma la mia famiglia è molto povera e non posso permettermelo». Secondo stime della Ue, in Turchia sarebbero 1 milione e trecentomila i minori catapultati, come Cem, nel mondo del lavoro. Negli ultimi 10 anni, denunciano i sindacati fuori dall’orbita governativa, ne sono morti oltre 600.
In questi edifici che trasudano fatica, le tracce degli adolescenti spuntano nei graffiti disegnati sui muri: iniziali incorniciate da cuori, il testo di una canzone che è un guizzo di ribellione: «Olurmu boyle olurmu?» (Come è possibile che stia accadendo questo?). Torniamo nelle strade di questa città fabbrica. Fermiamo Cuma, 14 anni, che sta rientrando di corsa al lavoro dopo essere uscito per comprarsi un panino. Timidezza e imbarazzo nascosti sotto un ciuffo di riccioli neri: «Non mi manca la scuola perché non ero bravo. Facevo fatica a concentrarmi». Il suo stipendio da 5.000 lire a settimana (circa 90 euro) gli serve per dare una mano in casa. Ha 3 fratelli e due sorelle: «Loro si che vanno a scuola», ci dice in un lampo di orgoglio. Che cosa sogni per te stesso? La risposta è un brivido freddo: «Ora non ho sogni. Perché , se anche ne avessi uno, non potrei realizzarlo». L’amarezza di sogni spezzati, di un’infanzia e un’adolescenza interrotti, ritornano nelle parole di Mohammed , che di anni ne ha 15: «Non ho il tempo di pensare alla scuola. Ho quattro fratelli e una famiglia che non riesce a tirare avanti». Eppure il sogno di un domani diverso lui non ha smesso di accarezzarlo. Lo confessa con un sorriso largo da bimbo: «Un giorno avrò un negozio di kebab tutto mio!». Se la produzione delle scarpe è un buco nero che inghiotte l’infanzia, nel sommerso del settore abbigliamento sono anzitutto le donne a battersi per non affondare. L’industria tessile – con le sue fabbriche dislocate soprattutto nelle province del sudest , da Gaziantep a Urfa, da Adiyaman a Malatya e Adana – è uno dei pilastri dell’economia turca, fonte di reddito per centinaia di migliaia di famiglie. Secondo le statistiche ufficiali dà lavoro a circa 1 milione e 200 mila persone. Il 41 per cento delle quali sono donne.
Ma si tratta di numeri approssimati per difetto perché all’appello – denunciano le organizzazioni sindacali - manca un esercito di “invisibili”, sfruttati e sottopagati. Un settore chiave che negli ultimi anni sta però entrando in affanno, sotto il peso di una concorrenza spietata : quella di Paesi come Cina e Bangladesh che hanno fatto scivolare la Turchia dal terzo al settimo posto nell’export verso i Paesi dell’Unione europea. Solo nel 2025, 4500 aziende tessili hanno chiuso i battenti. E 380mila i posti di lavoro andati in fumo negli ultimi tre anni. La faccia nascosta di questa crisi è il prezzo pagato soprattutto dalle lavoratrici. Ci racconta la sua odissea Buse Kara , che vive a Tokat, città dell’Anatolia centrale. La sua esperienza apre uno squarcio su una realtà che sfugge a ogni statistica. La fabbrica dove lavorava – la Sik Makas – con i suoi 1.700 dipendenti, era una delle maggiori aziende turche del settore. Esportava ogni anno qualcosa come 20 milioni di jeans destinati soprattutto ai mercati europei. Produceva per marchi come Zara, H&M, Levi’s , Only... Poi di colpo la brusca frenata. Messo alle corde dall’inflazione galoppante e dagli alti tassi d’interesse, il proprietario ha deciso di mollare tutto. E sulla scia di tanti altri imprenditori turchi, si è trasferito in Egitto, dove i costi di produzione sono di gran lunga più bassi.
Per Buse e per tutti i suoi compagni di lavoro è stato l’inizio di un’odissea che non è ancora finita. Da metà del 2025 hanno smesso di ricevere lo stipendio. Dallo scorso 7 ottobre sono entrati in sciopero e hanno dato vita ad un presidio permanente davanti alla fabbrica La risposta del datore di lavoro è arrivata a bruciapelo: con 1000 lettere di licenziamento. Buse era tra i lavoratori buttati fuori. «Ci siamo sentiti in trappola – racconta – ma non ci siamo arresi. Il sindacato filogovernativo ci ha abbandonato. Ma un altro sindacato indipendente ha sostenuto la nostra lotta. E la nostra tenacia è stata premiata. Abbiamo finalmente ottenuto il pagamento degli arretrati. E la rimozione della dicitura “codice 22” come motivo del nostro licenziamento. È stato un passo importante perché , secondo la legislatura turca, è una sorta di “marchio d’infamia” che ci avrebbe impedito di ricevere l’indennità di disoccupazione». Tagliato quel primo traguardo, la mobilitazione sta continuando proprio per ottenere il diritto alla buonuscita. Ma nel frattempo Buse, diventata presto la portavoce della protesta, è finita sotto inchiesta con l’accusa di avere insultato il presidente Erdogan. Scontati 15 giorni di arresti domiciliari , è tornata in prima linea. «Abbiamo ricevuto pressioni di ogni tipo. La tenda che abbiamo montato come presidio permanente davanti alla fabbrica è stata data alle fiamme. Eppure ci sentiamo come se stessimo risorgendo dalle nostre ceneri. Ho fiducia nel futuro! Anche se il passato è popolato da ombre. Penso ai ricatti, al mobbing che abbiamo subito , soprattutto noi donne. Ci costringevano a fare i lavori pesanti degli uomini. Guai ad avere un malore: non ci era permesso fermarci. Ci limitavano il tempo per andare in bagno: 5 minuti. E 10 per la preghiera. Turni massacranti , con picchi fino a 18 ore, e nessun riposo. Le più anziane venivano ricattate: «Siete troppo vecchie . "Fuori da qui non troverete nessuno che vi dia uno straccio di lavoro!" dicevano. Eppure, nonostante tutto la nostra tenacia è stata premiata. La nostra protesta va avanti. E agli italiani che indossano i nostri abiti, i nostri pantaloni, vorrei dire: ricordatevi di noi. Sostenete la nostra battaglia».
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