Si aprono le urne a Budapest. Ma è tutta l'Unione ad andare al voto

Tra la linea di Viktor Orbán, tensioni istituzionali e pressioni internazionali, le elezioni ungheresi che si terranno domenica potranno ridefinire equilibri continentali. La consultazione non solo ci dirà se avremo un’Europa un po’ meno sovranista: sarà anche un test sulla forza della rete transnazionale euroscettica
April 10, 2026
Si aprono le urne a Budapest. Ma è tutta l'Unione ad andare al voto
Il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán è ritratto su un manifesto elettorale con la scritta: "Basta con la propaganda. Uniti contro la guerra" nel terzo distretto di Budapest /Ansa
A pensarci bene, è piuttosto sorprendente che le elezioni politiche previste in Ungheria domenica 12 aprile non stiano suscitando grande attenzione sui media. In astratto, risulta comprensibile dare scarso peso al voto di Budapest. Un piccolo Paese dell’Europa orientale – dalla ricca cultura: è magiaro il Nobel per la letteratura in carica, László Krasznahorkai – che, per dimensioni e peso economico, non dovrebbe avere grande impatto sulle dinamiche internazionali. C’è però un nome che ormai campeggia spesso nelle cronache, tale da richiamare invece forte interesse, quello di Viktor Orbán. Il premier ungherese, al potere ininterrottamente da 16 anni, è diventato l’incarnazione più compiuta del sovranismo, ovvero la forma che il nazionalismo (in sintesi: “il mio Paese viene prima degli altri”) ha assunto all’interno dell’Unione europea. Si tratta di un atteggiamento che sfrutta alcuni vantaggi economici dell’architettura Ue (il mercato unico, il programma Next Generation EU) cercando però di frenare o di smantellare i processi di integrazione politica, contrastando in particolare l’immigrazione dal Sud del mondo, le politiche ambientali e la cultura liberale in senso ampio.
Orbán ha utilizzato in modo sistematico gli strumenti istituzionali dell’Unione – in particolare il requisito dell’unanimità – per rallentare o condizionare le decisioni comuni, trasformando ogni dossier in un’occasione di negoziazione. Al tempo stesso, ha costruito una narrazione alternativa dell’Europa, intesa solo come alleanza flessibile tra Stati sovrani, diventando così uno dei principali poli di resistenza interna alle politiche continentali. Il terreno di scontro più visibile è stato quello relativo all’Ucraina. Il premier magiaro ha più volte frenato o bloccato pacchetti di aiuti europei a Kiev, incluso da ultimo il programma di sostegno finanziario pluriennale. Budapest ha subordinato il proprio assenso a concessioni su altri dossier, in particolare sul piano energetico, chiedendo ad esempio garanzie sulla continuità delle forniture di petrolio russo. Fin dall’inizio dell’invasione, l’Ungheria si è distinta come uno degli attori più riluttanti rispetto alle sanzioni contro Mosca. Recentemente, dopo un’inchiesta giornalistica, il ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, ha ammesso (e rivendicato come mezzo di difesa degli interessi nazionali) di aver mantenuto contatti regolari con il suo omologo russo, Sergheij Lavrov. Secondo alcune ricostruzioni (contestate da Budapest), gli avrebbe rivelato senza autorizzazione, persino durante le riunioni del Consiglio Ue, informazioni e dialoghi riservati.
Accanto ai dossier geopolitici ed economici, permane infine un conflitto più profondo, di natura valoriale e costitutiva. Orbán ha esplicitamente teorizzato e praticato un modello di “democrazia illiberale”, entrando in rotta di collisione con l’Unione su temi quali i diritti delle minoranze e l’indipendenza delle istituzioni giudiziarie e l’autonomia dei mezzi di informazione. Queste tensioni hanno prodotto negli anni una serie di procedure europee nei confronti dell’Ungheria, fino al congelamento di parte dei fondi comunitari. Il fatto che Orbán possa essere sconfitto dal rivale Péter Magyar, transfuga dal suo partito Fidesz ed europeista tiepido, tuttavia meno incline a mettersi di traverso a ogni scelta di Bruxelles, dovrebbe essere una circostanza meritevole di approfondita discussione. Come il fatto che un’ulteriore vittoria di Orbán prolungherebbe la semiparalisi Ue in campo diplomatico proprio quando servirebbe invece un più agile protagonismo dell’Unione di fronte alle gravi crisi in atto.
E qui emerge un altro paradosso cui si è prestata poca considerazione. Proprio martedì è volato a Budapest il vicepresidente americano J.D. Vance per esprimere il suo sostegno diretto al premier in carica, “campione” di quell’approccio ad alcuni temi che il numero due della Casa Bianca condivide in pieno e che aveva espresso nel suo noto e controverso discorso alla Conferenza di Monaco del febbraio 2025. In termini meno diplomatici, il viaggio di Vance, che non è mai stato a Kiev, suona come un ulteriore sgambetto all’Unione europea da parte dell’Amministrazione Trump. Questo atto finale è il culmine del processo di sostegno esterno al governo di Fidesz che molti esponenti politici continentali hanno avviato nei mesi scorsi. Non è strano che abbiano mandato calorosi messaggi o abbiano partecipato personalmente a comizi di piazza Marine Le Pen, Alice Weidel, Geert Wilders, Santiago Abascal, Herbert Kickl e Tom Van Grieken. Si tratta dei leader delle forze sovraniste di Francia, Germania, Olanda, Spagna, Austria e Belgio, ovvero coloro che sperano di rinsaldare l’asse ostile a un rafforzamento della Ue sperando di continuare ad avere alla loro testa un guastatore senza paura come Viktor Orbán nel Consiglio europeo.
Anche alla luce delle forti ingerenze russe nella contesa – attraverso disinformazione sistematica e leva energetica, orientate a preservare il solido alleato – è un po’ meno comprensibile che a questo appoggio si siano prestati Matteo Salvini, con grande trasporto, e la stessa premier Giorgia Meloni. Contribuire alla campagna di Fidesz significa di fatto sposarne il programma e auspicarne il successo. Certo, non costituisce un mistero l’antieuropeismo della Lega. Ma per la presidente del Consiglio appare un po’ agire da Penelope, che di giorno tesse la tela di un’Europa più forte e incisiva e di notte la disfa, favorendo la permanenza al potere del maggiore nemico di quell’idea. Amica von der Leyen e insieme amico Orbán. Qualcosa sembra non quadrare, a meno che faccia parte di una sottile strategia di pesi e contrappesi. Ciò meriterebbe allora un chiarimento. Un altro capo di governo, il ceco Andrej Babiš, ha fatto lo stesso. Ma si sa che Praga gioca apertamente di sponda con Budapest. Il voto di domenica non solo ci dirà se avremo un’Europa un po’ meno sovranista nei suoi gangli vitali, sarà anche un test sulla forza della rete transnazionale euroscettica. Nel caso di una rimonta di Orbán, dato in svantaggio nei sondaggi, si dovrà decidere come gestire i suoi no, forse con misure ancora più drastiche, che però richiedono l’unanimità degli altri 26 membri. Un motivo in più per accendere i riflettori sull’Ungheria e sulle implicazioni dei risultati che usciranno dalle sue urne.

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