Quando i grandi imitano i giovani
(e più che «cool» diventano «cringe»)

Gli adulti devono saper rispettare i confini: ragazze e ragazzi hanno bisogno di staccarsi e di esempi da osservare. Non di genitori che si rendono imbarazzanti»
April 15, 2026
Quando i grandi imitano i giovani
(e più che «cool» diventano «cringe»)
/ ICP
Viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cose ci rivelano del loro mondo

Bòomer /ˈbumə˞ /, s. m. e f.

«Alcuni commentano in modo cringe sotto i video per sembrare "al nostro passo". Molto spesso chiedono come mandare un gif carino per i compleanni e quasi sempre sbagliano mandando qualcosa di molto imbarazzante. Dicono di saper usare i nostri slang, ma l’unico che conoscono è LOL (e lo usano pure male)».
Lemma tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Seconda Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
Cringe, imbarazzanti. Così a volte noi adulti appariamo agli occhi dei più giovani. Non sempre, certo. E per fortuna. Ci fanno però sapere che accade in particolar modo quando proviamo a farci come loro, abitando i loro codici, usando le loro parole. È un’informazione preziosa questa che ci regalano, se si ha la pazienza di non liquidarla come facile sarcasmo o, peggio, disprezzo. Va piuttosto letta, capita e meditata. Ha infatti il sapore di una richiesta, peraltro nemmeno troppo nascosta. Grida a tutti noi: per favore, fate gli adulti, non cercate di diventare noi. Non si tratta di un fenomeno nuovo. Già dagli anni Novanta e poi nel primo decennio degli anni Duemila una buona parte della ricerca sull’adolescenza ha documentato come crescere significhi anche costruire confini con gli adulti: spazi propri, linguaggi distintivi, codici riconoscibili. Si tratta di un lavoro di costruzione identitaria che dovremmo provare a stimare e non di puro ribellismo antagonistico da temere e contenere. Non leggiamolo come una dichiarazione di guerra, quanto come un processo, a tratti confuso, contraddittorio e spesso faticoso per chi lo attraversa. È in fondo il modo attraverso cui una ragazza o un ragazzo prova a rispondere, in modo implicito, a quella domanda relativamente scomoda che a tratti non lo lascia tranquillo: chi sono io, se non sono più quello che ero da bambino e non sono ancora adulto? Le definizioni precedenti non bastano più, vanno strette come i vestiti di un tempo, ma quelle nuove non sono ancora pervenute, sono in via di costruzione. E in quella terra di mezzo, che proprio perché di mezzo ha bisogno di distinguersi e delimitarsi tra un punto di origine e uno di destinazione, si prova, si sbaglia, si cambia rapidamente idea e posizione. Abbigliamento, linguaggio, atteggiamenti diventano così una sorta di laboratorio pubblico di identità, continuamente visibile e per questo esposto. Criticabile anche.
Quando questi confini, costruiti senza belligeranza, vengono attraversati, anzi invasi dall’adulto, soprattutto se di riferimento – seppur con la migliore intenzione di farsi prossimo – qualcosa si incrina. I ragazzi reagiscono con imbarazzo, perché si sentono esposti, perché così viene meno la distanza necessaria per distinguersi, per riconoscersi fra pari, per costruire una forma di sé che non sia semplicemente una replica, una fotocopia dell’adulto che gli sta davanti. Negli articoli di allora non si parlava ancora di gif sbagliate, così come non era ancora entrato in voga il termine cringe, ma il senso era identico. Oggi molti ragazzi continuano a riferirmi quanto trovino imbarazzanti i padri che cercano di usare il loro slang, quanto sia per loro sconcertante sentirli usare «ciao fra’», «bro», «bella zio» e ostinarsi a battere il cinque tutte le volte che incontrano o interagiscono con i loro pari e amici. Allo stesso modo le ragazze guardano con sospetto – e li trovano un po’ patetici - i tentativi delle madri di rincorrere le loro estetiche, le loro mode e i loro atteggiamenti nel tentativo di restare giovani insieme. Sono scene che anziché essere percepite come affettuose o «simpatiche», vengono vissute come stonate e fuori luogo.
Il confine è simbolico. I codici giovanili – il modo di parlare, vestirsi, chiamarsi, stare insieme – non sono puri dettagli estetici, sono strumenti di riconoscimento. Servono a dire «noi». Quando un adulto li adotta e li ostenta viene percepito come intrusivo e anche confusivo. È come se andasse in giro travestito da Babbo Natale e chiedesse a tutti di crederlo tale. In fondo i nostri figli, nipoti, alunni ci dicono «per favore non sconfinare», «stai al tuo posto». Ecco, il posto. C’è un posto, e non un ruolo, che l’adulto deve occupare e che se lo abbandona abdica alla sua funzione, al suo compito. I più giovani hanno bisogno, finanche desiderio, di adulti riconoscibili. Hanno bisogno di genitori, insegnanti, allenatori, educatori, parenti che siano innanzitutto seri con loro stessi, impegnati con la propria vita fatta di relazioni, lavoro, interessi e passioni. Adulti non perfetti né tantomeno infallibili, ma consistenti. Capaci di stare in piedi senza appoggiarsi ai codici altrui proprio perché sta già bene nei loro panni.
Dovremmo ricordarci che il nostro essere adulti non è una qualità morale, è piuttosto un dato di realtà: non siamo migliori, siamo nati prima. Ciò ci consente di avere attraversato più vicende, avere visto più cose, essere già passato, bene o male, da certe esperienze e tutto questo ci abilita a sentirci titolati, senza presunzione o false certezze, ad accompagnare chi della nostra stessa strada è solo all’inizio. Accompagnare, però, non significa imitare o invadere, è invece offrire uno sguardo sulla realtà, segnalare possibilità, nominare rischi e pericoli, offrire un’ipotesi di senso. Significa soprattutto reggere la differenza, senza cercare di annullarla, anzi valorizzandone tutti i vantaggi reciproci. Quando l’adulto non li scimmiotta, documenta ai ragazzi che essere grandi è vantaggioso, che crescere non significa perdita, ma guadagno, che vale la spesa arrivarci, nonostante le fatiche. I giovani hanno semmai bisogno di adulti da imitare, se e quando riconosciuti come portatori di prospettive interessanti e convincenti, di adulti da cui prendere ispirazione, non certo di essere imitati da loro.
Forse è proprio questo che produce imbarazzo, non tanto il genitore che sbaglia una gif, ma quello che rinuncia alla propria posizione per sembrare altro, perché nel tentativo di sembrare «al passo», finisce per smarrire sé stesso e perdere ciò che lo rende davvero interessante, ossia rappresentare un soggetto che si muove compiutamente, per come e quanto riesce, nella vita, costruendo il bene proprio e altrui. Se ha un valore conoscere la lingua dei ragazzi così come i loro codici è che questo ci permette di comprenderli meglio, di non restare completamente fuori dal loro mondo, di cogliere sfumature che altrimenti sfuggirebbero. Ma una volta conosciuti, i codici, bisogna anche sapere che farsene. La loro lingua non è un travestimento da indossare, ma una chiave: serve ad aprire, non a sostituire ciò che si è, serve a orientarsi, non a mimetizzarsi. La loro lingua non è fatta per essere parlata dagli adulti, ma per essere compresa in ciò che di vero e profondo comunica, oltre lo slang.
Luigi Ballerini è uno scrittore per ragazzi e Medico psicoterapeuta
(1 - continua)

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