Nel mistero del Sabato Santo il silenzio di chi ha perso tutto

Guerre alle porte, paura diffusa e distrazione quotidiana: nel buio più profondo emerge una forza inattesa che attraversa il dolore e la morte, per la vita
April 4, 2026
Nel mistero del Sabato Santo il silenzio di chi ha perso tutto
Smalto medievale di Limoges raffigurante il Signore Gesù Risorto che, disceso negli Inferi, libera Adamo ed Eva e i patriarchi dalle fauci della morte (Metropolitan Museum of Art di New York City)/ SICILIANI
Quanto buio ci si addensa attorno in questa Pasqua, come mai dall’ultimo conflitto mondiale. Guerre così vicine, nelle immagini che il web ci rovescia addosso ogni mattina. Case sventrate in Ucraina, e trincee piene di morti. Ragazzi gettati al fronte dalle province più povere della Russia, stretti su tradotte come bestiame. Nel Donbass, piccoli maligni droni capaci di colpire qualunque cosa si muova per strada. Un servizio in tv ha mostrato come gli ucraini ostinatamente, alacremente si difendano, fabbricando in migliaia di laboratori droni sempre più agili e meno costosi: come mine antiuomo volanti, mine che inseguono il nemico. A Gaza si vive e si muore in tende fradice di pioggia. In Libano la caccia ad Hezbollah ha già provocato due milioni di sfollati. L’Iran non cede, e vanta missili con 4.000 km di gittata. Un ufficiale dell’Idf ha spiegato che quei missili minacciano “Roma, Berlino, Parigi”: come a dire, non credetevi salvi. E noi qui, a comprare di uova di cioccolata. I distributori di benzina sono ancora pieni. Noi qui a sperare che sia poi una Pasqua come le altre, e infine tutto questo buio si sciolga.
Oggi, è appunto il giorno del buio. «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi», recita un’antica omelia pasquale citata da Benedetto XVI davanti alla Sindone, a Torino, nel 2010. Parole che almeno fino a ieri, fino all’addensarsi su di noi dell’angoscia di una guerra non impossibile, forse a molti erano poco comprensibili. La morte in Croce è comprensibile, la Resurrezione, per chi ha fede, anche: ma, quel lungo giorno di silenzio? Dov’era andato Cristo, il Sabato? Distratta come tanti, io ho capito qualcosa del Sabato ascoltando Benedetto, quel 2 maggio 2010 nel Duomo di Torino. Il Sabato, è «quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale», disse il Papa, e continuò: «Al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: gli Inferi». Ecco, questo è accaduto il Sabato, spiegava Benedetto: dentro la morte è risuonata la voce di Dio. Cristo è sceso laggiù, nel buio della solitudine cieca, del dolore inconsolato, del peccato incancrenito, della disperazione. Da allora è possibile trovare una mano che da quelle catacombe di morte ci prende e ci conduce fuori. «L’essere umano – concludeva il Papa ‒ vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita».
Ero uscita dal Duomo colpita. Quasi immaginando la discesa nell’ombra, fra anime di tempi remoti o recenti, impietrite nella mancanza di ogni speranza. L’Inferno è l’assoluta eclissi della speranza? Nelle lunghe mute ore del Sabato Cristo è passato dentro la disperazione, stabilendo che nemmeno quella è, in Lui, l’ultima parola. Con la Resurrezione è stata vinta la morte, e ci è promesso che rinasceremo, e ci ritroveremo. Ma da quel giorno di Benedetto davanti alla Sindone, il silenzio del Sabato mi è particolarmente caro. È il silenzio di chi ha perso tutto. Il silenzio dei passi di Maria Maddalena, la prima al Sepolcro all’alba dopo una notte di pianto: Lui, che era tutto, Lui che era la vita stessa, era morto. Maddalena scopre il Sepolcro vuoto e corre a chiamare gli apostoli, ma è la prima che riconosce Cristo risorto. La indicibile felicità di Maddalena. La donna più felice della storia: padre e maestro, e fratello, e figlio, tutto aveva perduto sul Golgota e tutto, all’alba di Pasqua, aveva ritrovato. Perché lei? Forse per l’inesausto desiderio che è reso da Giotto nella Cappella degli Scrovegni: Maddalena con le braccia tese allo spasimo verso il Sepolcro. Maddalena, che sperava contro ogni speranza. Dietro di lei, i soldati di guardia dormono profondamente. Non si accorgono di niente, perché, sazi di sangue e cibo e vino, non attendono nulla. Che non siamo anche noi oggi, nel buio della paura o nella distrazione dell’abbondanza, come quei soldati sfatti. Ci resti la tensione delle braccia della Maddalena di Giotto: lei che aspettava e piangeva, ma sperava audacemente, ancora. Maddalena, la prima che vide il Risorto.

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