Nel cuore mistico di san Francesco l’amore per la vita, il creato. E l’Eucaristia

È il suo realismo gioioso quello che attirò i contemporanei del Poverello di Assisi attorno alla sua figura mite e dolce, «ilare nel volto e di aspetto benigno», come scrisse il suo biografo Tommaso da Celano, ma con una voce «veemente». Una presenza che ancora oggi esercita un fascino enorme. Perché la sua fede ha un “segreto” attualissimo
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October 11, 2026
Nel cuore mistico di san Francesco l’amore per la vita, il creato. E l’Eucaristia
La statua di San Francesco d’Assisi a Piazza San Giovanni a Roma/ FOTOGRAMMA
La figura di Francesco d’Assisi è al centro di Saint François d’Assise, uno degli ultimi volumi di Jacques Le Goff, il grande storico francese del Medioevo morto nel 2014. In esso l’autore confessava di essere «affascinato dal personaggio di san Francesco», da questo «ribelle senza nichilismo», «affascinato dall’uomo che rivive nei suoi scritti, nei racconti dei suoi biografi, nelle immagini». Un uomo che, identificatosi compiutamente con la figura di Cristo, univa in sé «semplicità e prestigio, umiltà e carisma, fisico ordinario e splendore eccezionale». Per questo «tutti coloro che di lui hanno parlato o scritto – cattolici, protestanti, non cristiani, miscredenti – tutti sono stati toccati e spesso incantati dal suo fascino».
Un fascino che non proviene dalla sua figura esteriore o dalle sue doti. Come ricorda Tommaso da Spalato: «Il suo discorso non aveva nulla del tono né dei modi di un predicatore; somigliava piuttosto ad una conversazione e non mirava che a placare gli odi e a ricondurre la pace. L’abbigliamento dell’oratore era miserabile, il suo aspetto dimesso, il suo volto senza bellezza». Cionondimeno, secondo il suo biografo Tommaso da Celano, le folle accorrevano ogni giorno per ascoltarlo e vederlo, per udire la sua voce «veemente», «dolce», «chiara», «sonora». Francesco, «di statura mediocre», era «ilare nel volto e di aspetto benigno», «amabile nel tratto, per natura placido, affabile nel parlare», «grazioso in tutto».
Nel volume di Le Goff l’attrattiva esercitata da Francesco dipende essenzialmente da due fattori: dal realismo e dalla gioia che caratterizzano il santo di Assisi. Realismo e gioia che trovano la loro espressione compiuta nel Cantico di Frate Sole, che Francesco volle cantato il giorno stesso della sua morte il 3 ottobre 1226, nel quale, al di là del «simbolismo del sole, immagine di Dio, le stelle, il vento, le nubi, il cielo, il fuoco, i fiori, l’erba sono innanzitutto visti e amati nel loro essere sensibile, nella loro bellezza materiale.
L’amore che egli ha loro portato si è trasmesso agli artisti che d’ora in poi hanno voluto rappresentarli fedelmente, senza deformarli né gravarli del peso di simboli alienanti». Questo amore al mondo creato, all’opus Dei, colloca Francesco in una prospettiva diversa rispetto a quel filone della mistica medievale che pone al centro il contemptus mundi. «Ancorato alla gioia e non più alla tetra accidia o alla tristezza, rifiutando d’essere il monaco ideale della tradizione votato al pianto, egli rivoluzionò la sensibilità medievale e cristiana e ritrovò una primitiva allegrezza».
La tenerezza verso le cose finite si esprime, innanzitutto, nel giudizio da portare sulla corporeità. «Francesco non ha cercato sistematicamente di umiliare il corpo», quel corpo angustiato, negli ultimi anni, da una cecità quasi completa e da terribili mal di testa. L’atteggiamento nei suoi confronti è ambivalente. Il corpo è sì strumento di peccato «ma esso è anche l’immagine materiale di Dio e più in particolare di Cristo». Come è detto nelle Ammonizioni: «Considera, o uomo, a quanta eccellenza ti ha elevato il Signore perché ti ha creato e formato a immagine del Figlio suo diletto, secondo il corpo, e a somiglianza di se stesso, secondo lo spirito». Il corpo, modellato a immagine del Figlio, è il «frate corpo pieno di dolori» per il cui sollievo, durante il suo soggiorno a Rieti, affidato alle cure dei medici pontifici, Francesco chiede a un compagno il suono di una cetra. È il corpo che, nell’imminenza della morte, chiede un’ultima consolazione, in una lettera a Giacomina dei Settesogli, «in quei dolci che mi solevi dare a Roma quando caddi ammalato».
Questo rispetto del corpo raggiunge la sua acme laddove l’oggetto è il «corpo di Cristo», l’Eucaristia. Le Goff, chiedendosi il motivo della sua resistenza alle tentazioni eretiche, osserva come «Francesco non fu né millenarista, né apocalittico. Egli non frappose mai un Vangelo eterno, un’età d’oro mitica, tra il mondo terreno in cui viveva e l’aldilà del cristianesimo. Non fu l’angelo del sesto sigillo dell’Apocalisse cui indebitamente l’assimilarono alcuni spirituali. Le loro elucubrazioni escatologiche eretiche procedettero da Gioacchino da Fiore, non da Francesco».
Cos’è, dunque, che lo trattiene nella Chiesa con una ferma volontà di rimanervi, pur in mezzo ad avversità ed incomprensioni? «Indubbiamente perché non voleva spezzare quell’unità, quella comunità cui tanto teneva. Ma soprattutto a causa del suo bisogno viscerale dei sacramenti. Quasi tutte le crisi medievali sono contro i sacramenti. Ora Francesco ha, nel suo intimo, bisogno dei sacramenti e fra gli altri del primo tra essi, l’Eucaristia. Per somministrare i sacramenti occorre un clero, una Chiesa. Quindi Francesco – anche se la cosa può sorprendere – è disposto a perdonare molto ai chierici in cambio di tale ministero». Asserzione questa che trova la sua conferma nell’episodio, narrato dal domenicano Stefano di Borbone, in cui Francesco, interrogato da un eretico sull’atteggiamento da tenere verso un sacerdote che «aveva mani immonde avendo avuto rapporto con una meretrice», si inginocchia di fronte a quest’ultimo e proclama di fronte ai parrocchiani: «Io non so se le mani di costui sono quali le descrive quest’uomo; ma se anche lo fossero, io so e credo che ciò non può indebolire la forza e l’efficacia dei divini sacramenti.
È attraverso queste mani che Dio riversa benefici e doni sul suo popolo. Perciò io le bacio queste mani, per riverenza ai sacramenti che amministrano e per la santità di Colui che ha conferito ad esse tale potere». L’intuizione di Le Goff è pertanto giusta. Approvandola Jacques Dalarun osserva come «porre così al centro di un rapporto istituzionale e spirituale, che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro, il bisogno viscerale, e dunque fisico, del corpo di Cristo per il corpo di Francesco mi sembra al tempo stesso di un’insolita audacia e di una sorprendente perspicacia».
Francesco ha profondamente amato la natura, la vita, gli amici. Li ha amati nella loro “fisicità” e questo perché Dio si è fatto “carne”. La sua fede, con al centro la presenza eucaristica, si nutre della conoscenza sensibile, implica il vedere sensibilmente inteso. Ne è documento il presepio di Greccio dove la rappresentazione vivente della Natività, la notte del 25 dicembre 1223, corrisponde, come scrive Tommaso da Celano, al desiderio di Francesco di «raffigurare il Bambino nato a Bethlehem, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la mancanza di quanto occorre a un neonato». Il realismo cristiano si nutre della memoria. Il Celano rileva come «continuamente ricordava e meditava le parole di Lui, e con acutissima considerazione ne teneva davanti agli occhi le opere. Specialmente l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione gli erano presenti alla memoria». Questa si attiene ai fatti, visualizza gli avvenimenti narrati nel Nuovo Testamento senza cedere alla tentazione, così diffusa nel Medioevo, di risolverli in letture simboliche. «La sua cultura – scrive il Desbonnets –, così diversa da quella dei chierici o dei monaci, l’allontana dalle raffinatezze allegoriche allora in voga; essa favorisce al contrario una percezione diretta, realistica, della portata dei termini».
Il Dio umiliato nella carne rendeva gloriosa la carne del mondo e riempiva, con ciò, il cuore di gratitudine. Realismo e gioia: Le Goff aveva perfettamente colto il cuore mistico di Francesco.

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