Le nostre madri, i nostri figli: siamo tutti in cerca di grazia

Dai genitori del neonato affidato alla Provvidenza in una "Culla per la Vita" ai giovani che cercano aiuto dialogando con i "chatbot" emerge un grande bisogno d’amore affidato alle parole
April 21, 2026
Le nostre madri, i nostri figli: siamo tutti in cerca di grazia
/ ICP
A chiamarmi è un piccolo prezioso libro di qualche anno fa, Elogio del frammento di Lorenzo Gobbi, lo sento vibrare dal fondo dello zaino, il cuore pulsante della poesia che si propone, ancora, di regalarmi un respiro di possibilità nella trama misteriosa degli eventi. Sono fuori casa, immerso nel traffico del mondo, quando due notizie di cronaca bussano alla mia consapevolezza e io ho bisogno di parole alte per non lasciare che gli eventi si attorciglino alla mia gola nutrendosi del mio respiro, ho bisogno della poesia che mi tengo nello zaino. Mi dicono che una madre ha lasciato suo figlio in una culla per la vita, a Bergamo, che ha affidato la sua creatura a una qualche idea di provvidenza. Mi dicono anche che tanti adolescenti si stanno affidando a chatbot di intelligenza artificiale per affrontare le loro paure esistenziali, mi immagino fragili parole lanciate nel mare artificiale del Web, messaggi in bottiglie che nessuna mano aprirà mai. Sembrano notizie distanti, sembrano non avere legame, eppure qualcosa in me le avvicina. Forse per il fatto che la madre accompagna il piccolo Pietro con parole d’amore straziate e strazianti, forse perché dalla loro abissale solitudine impaurita anche gli adolescenti affidano il loro bisogno d’amore sempre alle parole. Forse perché entrambe mi sembrano storie di dolorose separazioni che custodiscono però intatto il desiderio, il bisogno, di mantenere viva la possibilità di un legame. Penso a Pietro, così hanno chiamato il bambino che, una volta cresciuto, torturerà le parole della madre per tentare di strappare un senso al suo essere al mondo.
Mi immagino una ragazza che davanti a uno schermo affida alle proprie frasi lo stesso bisogno: trovare il modo di abitare il mondo. Così quello che avviene in me è il nascere di una smisurata compassione: per la madre, per i figli, per la nostra fragile e miracolosa umanità. Ed è in quel momento che il libro di Gobbi mi chiama, mi implora di farsi leggere, sono riflessioni dello scrittore a partire da poesie a lui care, sfoglio le pagine, Mario Luzi era nascosto tra quei fogli, come in attesa, mi fermo, respiro, sono a casa. «(…) dico, prego: sia grazia essere qui,/ grazia anche l’implorare a mani giunte», è una poesia tratta da Dal fondo delle campagne, e io mi aggrappo a quelle parole come fossero una zattera di salvataggio. Bacio ogni singola lettera e immagino il loro tramutarsi in stelle comete scagliate alla ricerca di grotte per natività postmoderne. Mi inginocchio fin nel cuore delle parole di Luzi e mi sembra di trovarla lì quella madre, imploro di incrociarla lì, e con lei Pietro e tutti i ragazzi spaesati dal silenzio assordante delle loro camere, e io con loro, a dire, a pregare, lo stesso desiderio insopprimibile di Grazia: tutti vorremmo che essere vivi, essere al mondo, fosse solo una grazia, per noi e per chi ci ha partorito. Ritrovarsi tutti lì, nella poesia di Luzi, a cantare che i nostri abbandoni, le nostre parole, i nostri silenzi non sono altro che una preghiera: “a mani giunte” affidiamo a Dio i frutti del nostro amore, a mani giunte chattiamo le nostre disperazioni a una qualche intelligenza artificiale, a mani giunte, ognuno di noi, implora la grazia. Quella che si concede ai condannati a morte, o ai condannati alla vita. «Stare a labbra serrate, ad occhi bassi/come chi aspetta la sentenza», vorrei stare accanto alla madre che ha accompagnato il figlio come fosse un nuovo Mosè destinato alle acque, vorrei stare con lei a occhi bassi, giurandole un Dio che regala solo sentenze d’amore, vorrei stare ad occhi bassi vicino a ogni ragazzo in crisi, per sussurrargli che vivere non è essere chiamati a un processo in attesa di condanna ma avventura di progressiva liberazione. Vorrei regalare loro la speranza che mi è stata donata quando io stesso stavo affogando in sguardi risucchiati da eccesso di paura, da quel senso di colpa che si era preso la parte migliore di me, quando mi stava vincendo la sicurezza terribile di sentirmi inadatto al mondo, non all’altezza di attese che mi sembravano pretese.
«Sia grazia essere qui, /nel giusto della vita, /nell’opera del mondo. Sia così». Una madre che per paura affida un bimbo ad altre cure, figli che per paura implorano cure a una artificiale intelligenza per il terrore o per la mancanza o per l’incapacità di reggere relazioni umane vive. Che tenerezza facciamo. E che dolce pena. Siamo tutti solo alla ricerca di una grazia. Piena di grazia è chiamata la madre del Figlio. Colei che non sentenziò sul tradimento degli amici del Cristo risorgendoli così a vita graziata. Siamo tutti alla ricerca di sentirci nel “giusto della vita”, e lo facciamo scrivendo bigliettini per figli affidati a Dio o implorando attenzioni da chiunque. Anche fosse una macchina. Siamo tutti, anche noi, alla ricerca di stare dove la vita appare giusta e noi con lei e in lei. E forse nemmeno ci ricordiamo di ringraziare chi ci ha accompagnati a stare nel mondo con senso di gratitudine e di stupore e forse nemmeno ci ricordiamo dei volti che ci hanno insegnato che ogni vita in quanto viva è giusta, perché è respiro del Creatore. Così, sulla grande opera del mondo sento la prossimità di un Dio che costantemente, per ogni vita battezzata nel Giordano del reale, su ogni corpo sommerso nel vivere e nel morire, aprendo i cieli, ripete «questo è il mio figlio prediletto, ascoltatelo».

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