L’ora di dirgli che gli vogliamo bene
Il Papa che annuncia l’intervento chirurgico, con parole quiete e rassicuranti. Ma nel nostro improvviso smarrimento ci scopriamo figli. Che vogliono fare quel che ci chiede: pregare. E abbracciarlo

È mancato il fiato, cosa di un istante, ma quanto lungo lo sa ciascuno di noi. Nessuno poteva immaginarlo, e però quando mai siamo preparati a notizie come quella che il Papa – con il suo consueto tono pacato – ci ha dato all’Angelus? Certo: fase molto iniziale, circoscritto, ben localizzato, tutte parole con un loro significato molto preciso, quando si parla di questioni cliniche. E Leone ce le ha consegnate con la serena nitidezza che ci ha conquistati dal primo istante del pontificato, e che sta conquistando anche il mondo: ogni mercoledì all’udienza generale piazza San Pietro sembra sempre più piccola, per la tanta gente che arriva da ogni dove per salutare quest’uomo che infonde coraggio, speranza, fiducia, tranquillità, forza con la sua sola figura, e poi con la parola ferma e chiara.
Tutto ci deve tranquillizzare, dunque, prima ancora che le chiacchiere mediatiche prendano il sopravvento. E poi, mani migliori del Gemelli, per la salute di un Papa, dove si trovano al mondo? Ma quell’istante di mancamento interiore, e l’affannoso cercare informazioni, provare a capire come per un proprio caro, all’improvviso tutto ci ha messo di fronte alla verità che sappiamo ma che fatti come questo lasciano riaffiorare (e magari servono proprio a questo): siamo figli, e il Papa è un padre, al quale – meno di un anno e mezzo dopo la sua elezione – siamo legati da un affetto che va molto oltre la devozione. E un figlio trepida, e prega.
«Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alla vostra preghiera», ha detto alla finestra domenicale. Si affida a noi, a tutti, a me. Il mondo, al suo arrivo, scende in strada per lui – in Africa, a Madrid, pochi giorni fa a Parigi – avvertendolo vicino, più vicino di quello che poteva sembrare per un uomo che si presenta “disarmato e disarmante”, semplice, mite, serio, profondo, ma che sa sciogliersi teneramente quando gli avvicinano un bambino, o una persona con disabilità (avete presente la sua espressione rapita sugli Champs-Élysées quando si è trovato tra le braccia nella papamobile la giovanissima Marie-Garance?). Gli vogliamo bene, e dopo questi primi mesi insieme è arrivata – improvvisa – l’ora di dirglielo. E di farlo sapere a piena voce a Chi nelle sue mani buone custodisce la sua vita e la nostra.
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