L'Italia pop di Zalone e quella elitaria di Sorrentino: chi ci rappresenta di più?
"Buen Camino " e "La grazia" sono film (di successo) che raccontano il nostro Paese da due prospettive opposte: uno dal basso, l'altro dall'alto. Vince lo sguardo che sceglie la vita, con una risata che apre alla speranza

C’è un dato che più di ogni altro racconta lo stato del cinema italiano – e forse anche quello del Paese – meglio di mille analisi sociologiche: Buen Camino di Checco Zalone, con la regia di Gennaro Nunziante, ha superato i 70.183.458 euro di incasso in venticinque giorni di programmazione, con 8.736.227 presenze in sala, diventando il film più visto e più amato della storia del nostro cinema. Ha battuto non solo i suoi stessi record precedenti, ma persino un colosso globale come Avatar. Venticinque giorni in vetta, sale piene, un pubblico trasversale per età, provenienza sociale, sensibilità culturale. Numeri che non sono soltanto record industriali, ma veri e propri termometri sociali, capaci di dire molto su ciò che oggi intercetta e tocca l’immaginario collettivo.
Eppure, di fronte a questo trionfo assoluto, una parte consistente della critica continua a guardare a Luca Medici/Checco Zalone con sospetto. Troppo “nazionalpopolare”, troppo amato, troppo capace di parlare alla cosiddetta “gente vera”. Dall’altro lato abbiamo il cinema d’autore, quello premiato nei festival e osannato dal mondo della cultura. È in questo contesto che entra in scena La grazia di Paolo Sorrentino, premio Oscar, autore raffinato, maestro indiscusso della forma cinematografica, che all’esordio ha comunque registrato un ottimo risultato al botteghino. Il film ha esordito nel weekend con 2.307.865 euro, arrivando rapidamente a un totale di 2.610.695 euro: la miglior apertura di sempre per il regista napoletano, con un ingresso diretto nella top five dei maggiori incassi italiani di stagione. Ben vengano, dunque, entrambi i successi: per il cinema italiano, i dati Cinetel raccontano finalmente una stagione confortante.
Ma è sul piano del contenuto che il confronto tra i due film diventa inevitabile. Due facce dell’Italia, così come il suo cinema le riflette: da una parte il comico popolare, dall’altra il premio Oscar; da un lato uno sguardo dal basso, che attraversa la semplicità dei sentimenti quotidiani, dall’altro uno sguardo dall’alto, quello di un’élite culturale che spesso sostiene di parlare a nome del popolo, ma rischia di restare distante dalla sua esperienza concreta.
Buen Camino racconta la trasformazione di un uomo ricco, cafone, inconsapevolmente crudele, che per amore della figlia è costretto a mettersi in cammino lungo il percorso di Santiago di Compostela. Sotto la maschera della commedia e dello sberleffo – anche politicamente scorretto – Zalone costruisce una vera e propria parabola laica: spogliarsi del superfluo, fare esperienza della fatica, condividere la strada con altri, riscoprire il senso della comunità. Alla fine, la felicità non coincide con il possesso, ma con la relazione. Non c’è nulla di facile o consolatorio: ci sono vesciche ai piedi, ostelli spartani, solitudine e lentezza, anche la malattia. Ma c’è una direzione, una via possibile, una speranza che non nega il dolore, bensì lo attraversa. Zalone, proprio perché rifiuta l’altezza cattedratica, riesce forse a intercettare meglio il sentire profondo di un Paese stanco ma non cinico, ferito ma ancora desideroso di vita
La grazia di Sorrentino, al contrario, pur nella sua indiscutibile eleganza visiva, nella regia controllatissima e nella prova magistrale di Toni Servillo, appare come un film a tesi. Il presidente della Repubblica cattolico chiamato a decidere sull’eutanasia diventa il perno di un racconto che si presenta come aperto, complesso, rispettoso dei dilemmi morali, ma che in realtà accompagna lo spettatore verso una conclusione già inscritta: la morte come scelta razionale, civile, quasi inevitabile.
Forse, allora, il vero spartiacque non è tra cinema alto e cinema basso, ma tra uno sguardo che sceglie la vita, pur nella sua fatica e nelle sue contraddizioni, e uno che rischia di trasformare la rinuncia in progresso. Zalone, con una risata, apre alla speranza. Sorrentino, con tutta la sua maestria, lascia in bocca l’amaro sottile di una disperazione che si traveste da scelta di civiltà.
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