Le parole di una donna di pace: il nuovo libro di Liliana Segre
"Donna di pace. Sconfiggere l’odio e costruire la speranza" consegna memoria, misura e forza in un racconto che si snoda attraverso i vocaboli chiave di una vita. Così i nomi dell’esistenza si colorano di dettagli quotidiani

Accostarsi alle parole di Liliana Segre è sempre un’impresa che teme la profanazione. Chi conosce la senatrice a vita sa che ogni parola che pronuncia nasce da un lungo processo di affinamento e riflessione; attinge a una dimensione interiore ricca di misura, ed è estratta da quell’abisso di dolore che si chiama Auschwitz. Intrecciare poi quelle parole con dei disegni, provare a dar loro un colore e una forma che non dicano tutto ma lascino intuire, potrebbe sembrare un rischio ancora maggiore. Eppure, nel nuovo libro di Liliana Segre Donna di pace. Sconfiggere l’odio e costruire la speranza (Piemme) questa operazione riesce con una naturalezza che sorprende e tocca il cuore. Grazie alla collaborazione con Daniela Palumbo, che ama raccontare storie e sa farlo con limpidezza, le pagine prendono vita. E le illustrazioni di Irene Fioretti, delicate e rispettose, accompagnano senza mai sovrastare: un garbo raro che non attenua, ma amplifica, la forza del messaggio.
Chi ha ascoltato la voce di Liliana Segre sa che le sue parole emergono dal silenzio, e portano con sé la sua pace. Sono parole depurate dall’odio, pur nate da uno degli orrori più atroci. E tuttavia non sottraggono nulla al dramma: lo consegnano al lettore come una ferita prodotta da un foglio di carta. Sul momento non senti dolore, eppure sei stato ferito, segnato. Un libro pensato per i ragazzi non poteva non contenere tutto questo: la memoria, la misura, la forza. Il racconto si snoda attraverso le parole chiave di una vita, le grandi parole dell’esistenza che si colorano di dettagli quotidiani – un pezzo di carota, una frase, un gesto. Memoria, compassione, indifferenza, famiglia, felicità, antifascismo... Senza ombra di retorica queste parole danno forma a una visione che attraversa, mai appesantendole, le voci di alcuni testimoni, come papa Francesco o Giacomo Matteotti.
Tutto si condensa in volti e in incontri che raccontano come la pace sia una dimensione originaria del cuore umano, e che né Hiroshima né Auschwitz, né Gaza né la violenza del fascismo possono ridurre al silenzio. I volti non sono numeri: così Liliana ci consegna Janine, la minuta compagna ebrea mandata al gas, e Adam e la sua mamma Alaa, unici sopravvissuti di una intera famiglia dall’inferno di Gaza: Yahya, Rakan, Ruslan, Jubran, Eve, Revan, Sayden, Luqman, Sidra, sono i nomi dei nove fratellini morti.
Accanto alle loro storie quelle delle centinaia di giovani di Rondine simbolicamente raffigurate nell’immagine del borgo, la Cittadella della Pace che le ha accolte e custodite tra le mani gentili che ne hanno cura. Proprio a quei giovani, che vengono da luoghi di guerra e che in quel borgo hanno deciso di incontrare il loro nemico scommettendo nell’amicizia, Liliana Segre ha affidato la sua memoria di donna di Pace riconoscendo in loro la sua stessa scelta: la rinuncia all’odio.
Tutto approda all’elogio semplice e vero per la Costituzione italiana che condensa i sogni, le speranze, le conquiste di chi, come Liliana, ieri come oggi, soffre per le ingiustizie e la mancanza della libertà. Scrivere di questo libro è, per me, anche un gesto pubblico di gratitudine verso Liliana, che da quasi trent’anni mi dona la sua amicizia ed è divenuta ormai una maestra interiorizzata: la sua vita non mi ha soltanto sfiorato la pelle come quel taglio sottile del foglio di carta... Grazie, Liliana, per tutto ciò che continui a essere, anche quando la violenza del nostro tempo offusca per un attimo il rispetto e la riconoscenza che meriti. Nello sfolgorante scintillio degli addobbi natalizi immagino il dono luminoso che questo libro può portare nel gesto semplice e antico di una lettura condivisa di un genitore con i figli, di un nonno o una nonna con i nipoti. Un avvicinamento intimo, una commozione che si fa dialogo, una porta aperta alla vita nella sua profondità più vera. Un’eredità che resta.
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