La politica sembra finita nella trappola del fuorigioco

Riforma elettorale, primarie, promesse irrealizzabili... Governare richiede confronto, mediazione e compromesso. Ma la tentazione maggioritaria rischia però di far dimenticare le regole del gioco parlamentare.
Google preferred source
October 7, 2026
La politica sembra finita nella trappola del fuorigioco
Una squadretta di provincia si inventò uno schema su calcio d’angolo, geniale nelle intenzioni, per mettere in condizione un attaccante di battere a rete a colpo sicuro con tre soli passaggi. L’allenatore aveva però trascurato il piccolo particolare che esiste anche la squadra avversaria, e al momento di metterlo in pratica l’inconveniente risultò insormontabile. Pari pari la politica italiana sembra in preda, tutta, a una semplificazione simile: ogni leader ha preso l’abitudine di parlare ai suoi adepti come se gli altri non esistessero e come se non fossimo ancora in una democrazia parlamentare che impone ai partiti – lo dice la parola stessa – di parlarsi. Certo, ogni Costituzione è migliorabile, e la nostra, è opinione diffusa, richiederebbe un intervento a favore di un rafforzamento dell’esecutivo, ma – ancora una volta – per arrivarci occorrerebbe parlarsi: gli elettori hanno di recente fatto presente nuovamente, sulla giustizia, di non essere disponibili a stravolgimenti di parte e dunque sul cambio delle regole servirebbe trovare in Parlamento un sano punto di incontro, che però la vulgata prevalente aborrisce bollandolo come “inciucio”.
Cosicché tutti i principali malesseri che le forze politiche accusano, (di destra, sinistra e centro) sono a ben vedere riconducibili a questo corto circuito. Si lavora come se le regole fossero cambiate, per stare di nuovo all’esempio del calcio, si continua a tenere un attaccante a due passi dalla porta avversaria come se la il “fuori gioco” non esistesse, ma poi siccome invece la regola è ancora vigente il goal, dopo una breve esultanza, viene puntualmente annullato.
Il centrodestra fa i conti col fenomeno Vannacci per questa ragione. Perché in campagna elettorale, a favore di telecamera, o di telefonino, si spacciano per possibili ricette salvifiche, semplificazioni inapplicabili, poi – una volta al governo – la realtà si impone con tutta la sua tenacia e allora si crea lo spazio per un nuovo salvatore della patria, che – cambiando le parole d’ordine, la nuova si chiama remigrazione – promette ricette altrettanto salvifiche e altrettanto inapplicabili.
Sul fronte opposto il corto circuito emerge ancora più grave, per una coalizione che fa fatica a presentarsi come tale e teorizza di farlo proprio auto-definendosi “Alleanza per la Costituzione”. Come è possibile, nello schema vigente della democrazia parlamentare, prendere impegni “non negoziabili” con il proprio elettorato di riferimento, senza avvertire che ci sarà da trovare alla fine un compromesso con gli alleati? Che poi non è vero, che i compromessi sono sempre al ribasso: la Difesa comune europea, richiamata anche dal cardinale Zuppi come il sogno non realizzato di Alcide De Gasperi, rappresenterebbe, volendo, un punto di incontro di alto profilo fra partiti e schieramenti, fra le ragioni della pace e quelle di una difesa dei confini che l’Unione deve garantirsi. Invece, niente. Il centrosinistra è finito in mare con tutti i panni nel trappolone ordito persino in modo scoperto dalla maggioranza accettando lo schema inserito nel progetto di legge elettorale di una coalizione solida con un partito guida incontrastato e una leader consolidata. Dimenticando che fin quando la Costituzione è questa ogni partito è chiamato a sintonizzarsi con il proprio elettorato, avendo cura di avvertire che poi i conti si faranno in Parlamento in base alle scelte degli italiani e in base alle alleanze che – preparate, certo, in campagna elettorale – si renderanno praticabili in base ai consensi ottenuti. Toccherà poi al capo dello Stato, numeri alla mano e in proficua interlocuzione con le forze politiche, individuare il leader in in grado di tenere in piedi una coalizione maggioritaria.
La nuova legge elettorale propone scenari nuovi, e forzature nei calcoli della rappresentanza finalizzati, nelle intenzioni, all’importante obiettivo della governabilità. Che di fatto, però, rischiano di sconfinare in un terreno di dubbia costituzionalità, per cui chi vince prende tutto, anche il controllo delle istituzioni “terze”. Un rischio che la maggioranza ha invece offerto alle opposizioni come opportunità da prendere in considerazione e – al di là dei dinieghi – da come i due principali partiti di opposizione si stanno fronteggiando, sembra esser riuscita nell’intento. Addirittura il primo partito di opposizione, andando contro la sua storia, starebbe valutando, per non essere da meno, di inserire il nome della sua leader.
Ed ecco le primarie. Che però appassionano, per forza di cose, una parte minoritaria dell’elettorato, quella militante, che si ritrova in partiti con un alto tasso di autoreferenzialità, rafforzata da 20 anni di liste “bloccate”. Il ritorno alle urne nel referendum sulla giustizia di un elettorato che vive magari in altro modo – nell’associazionismo o nel volontariato – la sua dedizione al bene avrebbe dovuto sconsigliare di perseguire una strada come questa.  Si poteva studiare una soluzione più “soft”, meno personalistica e meno vincolante, per il capo dello stato (al quale spetta, ricordiamolo, la prerogativa di incaricare il capo del governo), come altri avevano prospettato e il M5s ha proposto agli alleati troppo tardi, quando il guanto di sfida era già stato lanciato. Ci vorrebbe ora la sfera di cristallo per prevedere che cosa accadrà.
Di sicuro, mai come questa volta, saranno gli elettori a decidere, sia pur con i limiti della legge elettorale che verrà. Ma poi, una volta in campo, ci saranno delle regole ancora vigenti da rispettare, e se non se ne tiene conto sin da ora sarà un brusco risveglio per tutti.        

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire