La guerra che doveva piegare l’Iran sta logorando l’Occidente

Teheran resiste ai bombardamenti, Washington resta invischiata nel conflitto, il Golfo vacilla. Intanto Mosca incassa e Pechino guadagna tempo e prestigio
March 17, 2026
La guerra che doveva piegare l’Iran sta logorando l’Occidente
Dipinti raffiguranti figure militari e politiche defunte di gruppi sciiti sostenuti dall'Iran in Yemen, Libano, Iraq e Palestina, sono esposti su una recinzione a Sana'a, nello Yemen/ ANSA
Che la guerra scatenata contro l’Iran non stia andando come sperato da Usa e Israele è ormai evidente. Che la Repubblica Islamica, nonostante i durissimi colpi ricevuti, non solo stia resistendo, ma abbia mostrato una capacità di adattamento strategico molto efficace, lo è altrettanto. Così come il fatto che i costi di questo conflitto siano pagati non solo dagli iraniani, ma anche dalle monarchie del Golfo e dalle economie di Europa e Asia. Sempre che Trump avesse una strategia, entrando in questa guerra illegale e mal progettata, ne assistiamo oggi al suo sostanziale fallimento; del resto, l’idea che il radicato sistema di potere iraniano potesse essere “riverniciato” come fatto in Venezuela con la sola eliminazione del leader era del tutto puerile. Si ritrova ora impantanato in una potenziale guerra di logoramento per cercare di riaprire lo stretto di Hormuz. Maggiormente complesso valutare pienamente le oscurità della strategia di Netanyahu, il quale puntava ad abbattere la Repubblica Islamica; probabilmente, tuttavia, le mire dell’ultradestra israeliana erano e sono ancor più ambiziose, dato che essa vuole scomporre tutto il Medio Oriente per riplasmarlo attorno al suo pericoloso nazionalismo messianico: da questo punto di vista, meglio la frammentazione e l’indebolimento di ogni altro attore, avversario o alleato che sia.
Sicuramente tutti i Paesi del Golfo escono indeboliti da questo conflitto: gli enormi investimenti militari di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e delle altre monarchie del Golfo, si stanno rivelando – alla luce degli attacchi iraniani – più una costosa collezione di sistemi d’arma che una solida difesa. La scelta di non entrare in guerra, rispondendo ai missili di Teheran, appare tuttavia saggia: rappresenta la speranza che rimanere solo sulla difensiva permetta di accorciare i tempi del conflitto. Se i danni fisici subiti dai bombardamenti saranno facilmente riparabili, quelli sul modello di sviluppo portato avanti da tali Paesi (Emirati fra tutti), inclusa la loro capacità di attrarre investimenti stranieri, appaiono invece molto più gravi e con effetti a lungo termine, tanto più se il Golfo rimarrà chiuso al traffico mercantile a lungo o se la guerra dovesse allargarsi alle istallazioni petrolifere. Maggiormente scivoloso è valutare le conseguenze politiche e strategiche per i due convitati di pietra di questo conflitto: Russia e Cina. Fosse crollato il sistema di potere teocratico iraniano, sarebbe stato certo un colpo fortissimo per entrambe. Per la Russia, già privata di alcuni alleati chiave come Siria e Venezuela, perdere Teheran sarebbe un colpo forse decisivo per la propria immagine di potenza mondiale, viste anche le difficoltà nel conflitto in cui si è ormai impantanata in Ucraina. Ma più la guerra si prolunga, con le sue costosissime ricadute sull’economia internazionale, e più Mosca sembra ottenere dei vantaggi, se non altro a breve termine. Non solo il suo alleato sta riuscendo a sopravvivere, ma il blocco dello stretto di Hormuz permette a Putin di rimettere sul mercato, a prezzi altissimi, il proprio petrolio, con un flusso insperato di valuta pregiata di cui l’economia russa ha disperato bisogno.
Quanto alla Cina, il discorso si fa ancora più complesso. Forse una delle motivazioni dell’attacco da parte statunitense risiedeva nella volontà di indebolire la posizione di Pechino: il regime change in Iran non solo l’avrebbe privato di un alleato chiave nella regione, ma avrebbe enfatizzato due vulnerabilità. La prima è quella relativa alle importazioni di petrolio: la Cina compra a prezzi di saldo enormi quantità di greggio iraniano; la seconda – meno evidente, ma non meno importante – è che la guerra mette a rischio, o perlomeno rallenta, gli investimenti infrastrutturali della Belt and Road Initiative: questa nuova “Via della Seta” ha proprio nel Paese iraniano uno dei suoi principali snodi intermodali. Inoltre, la passività cinese avrebbe mostrato quanto poco ancora graffiano le “unghie” di Pechino lontano dall’Asia Pacifico. Ora, invece, il prolungamento della guerra sembra produrre più vantaggi che svantaggi: le forze armate cinesi studiano le tattiche, i punti di forza e di debolezza degli attaccanti, monitorando ogni mossa. Guardano con soddisfazione all’immenso consumo statunitense di missili antimissile e materiali bellici (che Washington sta trasferendo dal Pacifico al Medio Oriente); ancor più, per i cinesi, è strategico il fatto che gli Usa saranno di nuovo intrappolati e per lunghissimo tempo nelle sabbie mediorientali: finita la guerra, dovranno comunque garantire la difesa regionale, distogliendo forze dal Pacifico. E per i cinesi è fonte di soddisfazione vedere l’arrogante Trump cercare ovunque un aiuto militare navale. Ma il vantaggio maggiore per Pechino è forse quello reputazionale: tanto più Trump mostra di essere inaffidabile, aggressivo e imprevedibile, tanto più Xi Jinping può giocare ad apparire a essere un leader moderato, ragionevole, che difende il multipolarismo e il diritto internazionale. Che lo sia davvero è molto improbabile, ma sembra che egli abbia ben presente una delle massime più note di Sun Tzu sull’arte della guerra: “Attendere tranquilli mentre il nemico si affatica e si agita, questa è l’arte di conservare le proprie forze”.

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