La dinamica insidiosa del nemico (che si sdoppia)

Come accade nella manipolazione affettiva, la minaccia prende forma e insieme si traveste da protezione. Così la deterrenza si impone come unica risposta, trasformando il timore in consenso e controllo
March 22, 2026
La dinamica insidiosa del nemico (che si sdoppia)
/Foto Icp
La violenza, tra i suoi primi esiti, ha quello di costruire un nemico. È una dinamica elementare e potente, che attraversa tutti i livelli della vita umana: le relazioni personali, i gruppi, le società, i popoli, gli Stati. Ogni volta che la violenza cerca legittimazione, ha bisogno di “materializzare” un nemico, trasfigurando un volto su cui proiettarsi, rendendolo oltremodo minaccioso, e dunque legittimando l’eccesso e necessario il danno che reca. All’occorrenza, che giustifichi la sospensione del diritto. Una progressiva logica di esclusione e di morte. Nella fase attuale della storia la dinamica di costruzione del nemico si è radicalizzata. La guerra non è più soltanto scontro armato tra eserciti e confini. È ibrida, tecnologica, comunicativa. Penetra nell’immaginario collettivo, nel linguaggio, nelle emozioni. Irride i confini geografici e si installa nella vita quotidiana. Ed è qui che la costruzione del nemico diventa un dispositivo centrale. Lo abbiamo già descritto: alla radice della deterrenza c’è la paura. E alla radice della paura c’è una minaccia: reale o presunta, immediata o proiettata nel futuro. Ciò che conta non è la consistenza oggettiva della minaccia, ma la sua capacità di essere percepita come plausibile, probabile, inevitabile. La paura non vive nell’evento, ma nell’anticipazione. Abita l’attesa, l’ombra della possibilità. Tra verità e menzogna il grande catalizzatore della paura è il nemico. Una parola-calamita che attira e concentra il male, attribuisce intenzionalità, rende narrabile la minaccia e quindi credibile. Ma il nemico non coincide mai semplicemente con una persona, un popolo o uno Stato reali. È una realtà caricata e deformata fino a essere sostituita da un’entità, singolare o collettiva, che ha un solo scopo: invadere, distruggere, annientare.
Il nemico, non corrispondendo a una persona o a un collettivo concreto e puntuale, propriamente, è dapprima un miraggio, poi un inganno, infine un fantasma. Ma un fantasma assai efficace. Nel tempo il nemico subisce una metamorfosi decisiva. Non si dissolve, si sdoppia. Da una parte, viene continuamente rafforzato come figura minacciosa, ingigantito, semplificato, reso assoluto. Ogni suo gesto diventa prova definitiva, ogni ambiguità conferma. È il nemico davanti a noi, sempre più pericoloso, sempre più necessario, perché senza di lui l’intero sistema di paura perderebbe senso. Dall’altra parte, però, il nemico cambia volto, si camuffa. Perde le caratteristiche esplicite della minaccia e assume quelle opposte del sostegno e addirittura della consolazione. Non appare più come ciò da cui difendersi, ma come ciò che difende. Non incute paura: la accoglie. Non aggredisce: comprende. Non urla: rassicura: «Capisco la tua angoscia – sembra dire –. Il mondo è pericoloso. La tua paura è legittima, ma non preoccuparti: c’è una soluzione».
È qui che la costruzione diventa davvero insidiosa. Come nella manipolazione affettiva, la minaccia non arriva dall’esterno, ma dall’interno della relazione, anzi alle spalle. Come un braccio avvolge da dietro la schiena e sembra sostenere; in realtà stringe. Il controllo qui non si impone: si offre come cura. La rinuncia che chiede non appare come perdita di libertà, ma come sollievo. Il potere non sembra dominare: accompagna. E proprio per questo stringe più forte fino a soffocare. È questo sdoppiamento del nemico che lo rende non più rintracciabile: permane davanti come minaccia e alle spalle riemerge sotto le mentite spoglie della deterrenza, come difesa desiderabile, inevitabile, unica via efficace. Con la deterrenza ci si ritrova in guerra pensando di evitarla. Da un lato, infatti, alimenta la paura del nemico costruito davanti a sé; dall’altro, propone sé stessa come unica via di salvezza. In questo quadro, difendersi sembra coincidere con l’aderire alla deterrenza. Mettere in discussione la narrazione appare pericoloso, quanto irresponsabile. Chi dubita viene sospettato, isolato, talvolta accusato di collusione con il nemico stesso. La paura diventa criterio di appartenenza.
Eppure, difendersi davvero non significa cedere a questa presa. Liberarsi da una dinamica simile non è un atto di debolezza e di resa. È un’espressione alta di forza, di riaffermazione di sé, di un gruppo, di un popolo che si riconosce non “contro” qualcuno, ma “con” qualcuno. Con la propria storia, con la propria dignità, senza piegarsi al ricatto della paura. È non cedere all’ordine dominante travestito da protezione, né allo slogan rassicurante che promette sicurezza in cambio di obbedienza. È uscire dalla presa con un colpo di reni: non per negare la realtà della minaccia, ma per sottrarla alla sua manipolazione. Allora difendersi non è accumulare paura, ma riconoscerla, attraversarla, non lasciarle il governo delle decisioni, non darle pieni poteri. È contrastare la logica di esclusione e di morte rafforzando il pensiero critico, la memoria, la capacità di distinguere quando il nemico smette di essere una persona o un gruppo in carne e ossa e diventa un dispositivo. Perché una forza fondata sulla paura ha bisogno di costruire nemici e muri. Invece, una forza che riafferma la vita costruisce legami e accordi. In fondo il segno potente della pagina di Vangelo, celebrata oggi nella quinta domenica di Quaresima, è il contatto o, se vogliamo, la relazione concreta, ritrovata attraverso la chiamata per nome: “Lazzaro, vieni fuori!”. La vita riprende accantonando, con la pietra sepolcrale, tutti i chiacchiericci, le mezze parole intrise di delusione, di rimprovero e di rabbia, quel clima depressivo e mortifero che stava allontanando e sfigurando il volto di Gesù.

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