La buona politica sa ricominciare dal perdono
di Paola Muller
Papa Leone XIV rilegge la lezione di Agostino: riconoscere il male, tutelare le vittime e offrire al colpevole una strada per cambiare, la via per una pace autentica

Notre-Dame è tornata a respirare. All’Eliseo, nella sua recentissima visita in Francia, davanti alle autorità francesi, Leone XIV ha voluto partire da lì, dalla cattedrale ferita e restituita: il segno, ha detto, che ciò che sembrava distrutto per sempre può rinascere quando tutti mettono mano all’opera. È una tesi politica. E, a ben guardare, è una tesi agostiniana.
Il Papa non ha fatto del perdono la parola d’ordine del discorso di Parigi. Ha parlato di dignità della persona, di vita, di laicità, di Intelligenza artificiale, di disarmo. Ma il filo che tiene insieme quelle pagine è un’idea semplice e controcorrente: la pace «non è un equilibrio di forze», si costruisce ogni giorno con il dialogo e la giustizia. E una pace che si costruisce, anziché reggersi sulla paura reciproca, ha bisogno di qualcuno che dopo la rottura faccia il primo passo. Tre giorni dopo, a Metz, nella terra di Robert Schuman, Leone XIV lo ha detto apertamente: «Non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona». Qui il perdono entra in politica: non come un sentimento privato trapiantato a forza nello spazio pubblico ma come l’atto che rende possibile ricominciare.
Per capire quanto sia esigente questa parola, conviene ascoltare Agostino, che la rivolge a tre interlocutori: chi ha offeso, chi è stato offeso e chi deve giudicare. Ai fedeli di Ippona, persone che si offendono, si irrigidiscono ed esitano a chiedere scusa, il vescovo, nel Discorso 82, commenta l’invito del Vangelo a parlare con il fratello che ha peccato contro di noi. Poi si volta verso chi ha causato il male: «Hai peccato contro un tuo fratello? Ripara il torto». La riconciliazione comincia da qui, dalla responsabilità di chi ha offeso, non dalla fretta di chiedere alla persona ferita di dimenticare.
Chiedere perdono sembra un’umiliazione: l’ostacolo è questo, e Agostino lo conosce. Eppure – insiste – tocca a chi ha offeso andare dalla persona danneggiata. Sono parole dette a fratelli nella fede, e trasferirle alla politica richiede prudenza: un’esigenza del Vangelo non diventa per ciò stesso una regola di governo, né può essere imposta a chi soffre. Offrono tuttavia un criterio che vale anche nella vita pubblica. Dopo una violenza, un abuso, una guerra, parlare di pace perde credibilità se chi ha fatto il male nega i fatti o aspetta che sia il tempo a chiudere la questione. Riconoscere le proprie responsabilità e riparare il danno, per quanto si può, apre invece uno spazio in cui la fiducia torna a crescere.
A chi ha subito l’offesa, nello stesso discorso, è chiesto di non coltivare l’odio, non di tacere. Deve anzi parlare a chi lo ha ferito, perché anche quella persona possa ravvedersi, e partire da un colloquio a quattr’occhi che le risparmi un’umiliazione capace di irrigidirla ancora di più. Nella vita pubblica, dove un’offesa può colpire molte vittime, servono anche accertamenti e responsabilità chiare. Ma la domanda che attraversa la predicazione agostiniana resta la stessa: vogliamo fermare il male e rendere possibile un cambiamento, oppure ci basta vedere un avversario sconfitto?
Perdonare è difficile anche quando l’offesa riguarda una sola persona. Nel Discorso 386 Agostino arriva a chiedere di pregare per chi continua a offenderci e non domanda perdono. È un’esigenza radicale della fede cristiana e, proprio per questo, interroga chi esercita il potere: siamo capaci di vedere nell’avversario un essere umano, senza negare ciò che ha fatto? Sappiamo cercare una via d’uscita anche quando la contrapposizione ci porterebbe consenso?
Il rifiuto della vendetta si fa ancora più impegnativo quando a decidere è chi amministra la giustizia. È il caso di Macedonio, alto funzionario romano, che domanda ad Agostino perché i vescovi intercedano a favore dei colpevoli. L’obiezione non ha perso nulla della sua attualità: chiedere clemenza non significa sminuire il reato e tradire chi lo ha subito? Nella Lettera 153 la risposta è che intercedere non equivale ad approvare la colpa: significa desiderare che il colpevole la riconosca e cambi, anziché restare per sempre identificato con il suo atto peggiore.
Questo non comporta l’impunità. Alle leggi spetta frenare chi fa del male e proteggere gli innocenti; a chi giudica è chiesto di non lasciarsi guidare dal risentimento. Una decisione severa può cercare il bene, una indulgente può lasciare intatto il male. Ciò che conta è lo scopo: proteggere le persone e aprire, dove si può, una strada alla correzione, oppure soltanto infliggere sofferenza. Per questo giustizia e perdono non si escludono. Senza l’accertamento dei fatti e la tutela delle vittime l’invito a perdonare rischia di diventare una nuova ingiustizia. Senza la possibilità di cambiare anche una pena giusta finisce per inchiodare il colpevole alla sua colpa. La riconciliazione non comincia quando qualcuno ordina di dimenticare: comincia dove ciò che è accaduto viene chiamato per nome.
Notre-Dame è stata riaperta grazie a un’opera comune. Per una società ferita il cantiere è più lungo e l’esito meno certo, ma l’immagine scelta dal Papa dice l’essenziale: si ricostruisce soltanto insieme. Agostino indica i due gesti da cui partire: chiedere a chi ha fatto il male di riconoscerlo e lasciargli aperta la strada per cambiare. Tra l’uno e l’altro c’è il lavoro della giustizia. È lì che la pace comincia.
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