Iran, missione "scompiuta". Una guerra senza dopo

L’offensiva contro Teheran mostra che la superiorità militare non garantisce risultati politici: tra improvvisazione americana e strategia offensiva israeliana, il conflitto rischia di lasciare instabilità duratura, colpire l’economia globale e trasformare il Paese in un fattore permanente di crisi
March 29, 2026
Iran, missione "scompiuta". Una guerra senza dopo
Una donna iraniana osserva il fumo che ancora si alza da un deposito di petrolio di Shahran dopo un raid aereo /Ansa
Se c’è una lezione da trarre sinora dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran è che la supremazia militare non assicura necessariamente la vittoria. Se c’è, il più delle volte si tratta della classica vittoria di Pirro. Molto spesso l’asimmetria di potere (in questo caso evidente e conclamata, per le forze impari in campo) sfocia in un’area grigia, che fa seguito alla proclamazione del trionfo della parte più potente. Il caso emblematico è quello di George W. Bush che, nel 2003, sei mesi dopo l’invasione (anch’essa illegale e ingiustificata) dell’Iraq, rivolse alla nazione un discorso di vittoria sulla portaerei Abraham Lincoln al largo della California, sovrastato dalla scritta “Mission accomplished” (missione compiuta).
Non sappiamo se Trump proclamerà la vittoria totale sull’Iran, ma possiamo quanto meno dubitare che dopo questa fase ci possa essere una parvenza di pace, e non decenni di instabilità fatta di guerriglia, sabotaggi, attacchi ibridi. La vera arma impropria nelle mani dell’Iran è – e rimarrà – lo stretto di Hormuz, il cui blocco continuato, o stato di insicurezza persistente, può destabilizzare l’economia globale. Lo stesso mito dei Paesi del Golfo come piazze finanziarie privilegiate, hub di connessione dell’aviazione mondiale, oasi di stabilità nel vortice delle crisi mediorientali è già ora fortemente appannato. Lo stesso obiettivo della missione da compiere è cambiato svariate volte, con una crescente divaricazione tra Washington e Tel Aviv. È difficile focalizzare quale sia davvero, per Trump, il cosiddetto “end game”, lo stato finale di questa guerra sciagurata. L’impressione è che gli Stati Uniti procedano un po’ a tentoni, per tentativi successivi, contando che la potenza di fuoco produca un qualche esito plausibile. Questa non-strategia mi ricorda la nota canzone di Jannacci, “Vengo anch’io”, nella parte in cui dice di gridare che «è scappato il leone, e vedere di nascosto l’effetto che fa». Purtroppo, in questo irresponsabile avventurismo non c’è nulla di divertente.
Quanto a Israele, il vero obiettivo non è né il programma nucleare iraniano, né il suo programma missilistico, né il sostegno da parte di Teheran ai variegati gruppi regionali della “Resistenza Islamica”, né la libertà di navigazione, ma un altro, molto più semplice e diretto. Netanyahu vuole rendere l’Iran uno “Stato fallito”, un’inerte massa di terra montuosa e desertica, un Paese economicamente asfittico e politicamente debole, meglio ancora con tensioni interne politiche ed etniche che possano condurre a una frantumazione o contrapposizione strutturale. Non si spiegherebbero altrimenti i ripetuti attacchi alle infrastrutture civili, che in altri contesti (vedi la Russia in Ucraina) sono vituperati al pari di crimini contro l’umanità, per gli effetti devastanti che hanno sulle popolazioni incolpevoli. Se si consultano, infatti, dichiarazioni del G7 degli ultimi 4 anni sulla distruzione degli impianti in Ucraina, si apprende che i Paesi membri condannano con forza (e giustamente), «i brutali attacchi perpetrati ai danni delle città e delle infrastrutture civili critiche dell’Ucraina nonché le inaccettabili conseguenze per la popolazione civile».
Ugualmente il G7 ha più volte stigmatizzato, a ragione, le operazioni militari russe attorno alla centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, in quanto ciò «pone gravi rischi per la sicurezza nucleare, con conseguenze per la più ampia comunità internazionale». Sembra che per l’Iran queste gravi conseguenze per la popolazione civile e rischi per la comunità internazionale non esistano. Più in generale, l’approccio di Israele al contesto regionale è cambiato strutturalmente. Se per molti anni è stato caratterizzato da quello che Kenneth Waltz chiamava “posizionalismo difensivo”, ora è mutato nei termini di “realismo offensivo”, secondo la lezione di John Mearsheimer. Se nel primo caso la strategia può essere equiparata a una robusta deterrenza, nel secondo caso siamo dinanzi alla ricerca dell’egemonia indiscussa, una forma di dominio militare incontrastato. In questo contesto dove regnano, al contempo, improvvisazione e prepotenza, si consuma un’enormità di disfacimento politica ed economica di portata globale, cui si applica perfettamente l’aforisma attribuito ad un diplomatico francese dell’Ottocento: «è un errore, più che un delitto». Questo conflitto – sia inutile che tragico – è entrambe le cose.

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